È consentito, o no, l’esperimento del procedimento di convalida di sfratto per morosità nel caso di affitto di (o di ramo di) azienda ex art 658 cpc?”.

Si tratta della questione su cui il Tribunale di Napoli con decreto del 20.10.23 ha chiesto alla Cassazione di esprimersi come ricorso ‘pregiudiziale’ ai sensi dell’art 363 bis cpc. (per un altro – opportuno- caso di ricorso pregiudiziale, si veda Cass SU 3452/24 in tema di Mediazione Obbligatoria e domanda riconvenzionale).

In questa vicenda, il dubbio nasce per effetto di una ‘imperfezione’ della cd riforma Cartabia del processo civile. Nonostante le, molto chiare, indicazioni della legge delega (la n. 206/21), che espressamente prevedevano l’estensione dei procedimenti speciali (per convalida di licenza e di sfratto, per finita locazione e per morosità), tra l’altro, all’affitto di azienda e al comodato, il legislatore (con il D. Lgs n. 149/22) è poi intervenuto modificando soltanto il c 1 (non il c 2) dell’art 657 cpc (la precedente finita locazione), senza intervenire, anche, sul successivo art 658 cpc (quello dedicato, appunto, alla morosità). Insomma, assistiamo ad un fenomeno inverso rispetto a quanto può a volte accadere: perché non siamo di fronte ad un eccesso di delega, ma si è verificata (sul punto) una sua, solo parziale, attuazione.

Un doppio chiarimento è necessario: la tematica nasce dalla natura, appunto speciale, di quei procedimenti; che giungono ad una decisione di merito sia con un contraddittorio che, tra le altre cose, può rivelarsi solo eventuale, sia sulla base (oltre che di un valido titolo contrattuale) della semplice deduzione, da parte del concedente, in ordine al mancato versamento del corrispettivo contrattualmente pattuito.  Da ciò – per molti commentatori e interpreti – la impossibilità di ‘estendere’ la applicazione della convalida per morosità.

Esiste, però, anche un secondo aspetto da tenere in adeguata considerazione. Infatti, può sembrare difficile, proprio con un ricorso pregiudiziale ex art 363 cpc, colmare quello che allo stato – ove non si intervenga attraverso modifiche alla legge – sembra essere un vero vuoto normativo.  Eppure, si deduce in quella causa proprio la morosità in un affitto di ramo d’azienda, il decreto in commento – che, in fine, evidenzia la sussistenza di tutti i requisiti (frequenza della casistica, aspetto di mero diritto, non affrontato prima in Cassazione e di difficile soluzione) per una pronuncia preventiva da parte delle Sezioni Unite – delinea una serie di elementi che potrebbero consentire l’intervento nomofilattico.

A partire dai contrasti nella giurisprudenza di merito: Roma, negli Orientamenti e prassi della Sezione (aggiornati al mese di maggio ‘23), nega che possa applicarsi l’art 658 cpc, nello stesso senso Trib Foggia 14/10/23; al contrario, si sono espressi in senso affermativo Trib. Verona 11/7/03 e Trib. Nola 13/11/23.

Si aggiungono, dato forse di maggior rilievo, una serie di considerazioni tratte dalla formulazione letterale e dalla applicazione delle norme come vigenti anteriforma.

In pratica, può ritenersi che la formulazione usata dell’art 658 cpc, facesse – già prima – una sorta di, implicito, rinvio a tutti i contratti individuati nella norma precedente.

Come è accaduto con la estensione della morosità all’affitto ai coltivatori diretti, alla colonia e mezzadria. Dunque, il legislatore delegato avrebbe potuto ritenere applicabile la medesima tecnica: pensando, cioè, che l’elencazione dei contratti coinvolti sia contenuta nel primo articolo e che il secondo – nel fare riferimento “alle modalità stabilite” in quello precedente – consenta, anche ora, una lettura estensiva dei termini “locatore” e “conduttore”. Circostanza che sarebbe in qualche modo confermata dal c 2 dell’art 658 cpc (“se Il canone consiste in derrate”) che certamente non si può riferire ad una locazione, ma a un affitto; termine, aggiungiamo, utilizzato anche nel c 1.

Certamente, andrà – prima – attesa la valutazione da parte della Prima Presidente