Questo, particolare, profilo è di estrema attualità alla luce di una recente Ordinanza interlocutoria della Corte di Cassazione (n. 3719/2023), che ha disposto la trattazione di quel caso – in aula – per l’udienza del 7/3/24. La vicenda riguarda, appunto, la ipotetica responsabilità civile del Notaio che, nell’ambito di procedimento espropriativo, agisca sotto le direttive del giudice dell’esecuzione e, in particolare, (questo il, doppio, quesito) “se questi possa essere chiamato in proprio a rispondere del suo operato,  indipendentemente dalle opposizioni avverso gli atti esecutivi e se possa essere chiamato a rispondere per atti compiuti nell’ambito della delega, ovvero soltanto per il compimento di atti posti in essere esorbitando dai limiti della delega”.  La III sezione, al riguardo, ha rilevato non solo la mancanza di precedenti specifici sul punto, ma anche la utilità del proprio intervento, potendo il principio da emanare riguardare un elevato numero di casi. Insomma, sussistono tutti quei requisiti che, post-riforma Cartabia, consentono anche ai giudici di merito il rinvio pregiudiziale alle SU ex art 363 bis cpc. Ci si chiede, insomma e un po’ semplificando, se il Notaio sia un ausiliario del Giudice, ovvero un suo (vero e proprio) sostituto; con le correlate limitazioni di responsabilità ai casi in cui abbia operato con dolo o colpa grave.

Nel contempo, un precedente di merito, anch’esso molto recente, consente di affrontare la stessa problematica di fondo, ma da una diversa prospettiva.

Il caso pendente in Cassazione

Nella vicenda – ormai, come anticipato, di prossima decisione – a dolersi è il debitore esecutato, che addebita alla sola professionista una serie di manchevolezze (dal computo dei crediti, fino alla valutazione del bene poi assegnato); quest’ultima si difende rappresentando come tutte le critiche al suo operato, oltre che essere prive di ogni fondamento, siano state già scrutinate e, tutte, sempre respinte; in sede di (più) opposizioni, promosse durante il corso della procedura esecutiva.

Il Tribunale e la Corte d’ Appello hanno respinto la domanda risarcitoria, con motivazioni che risultano, in sostanza, sovrapponibili; basate non solo sull’espletamento inutile dei giudizi ex artt. 615 e 617 cpc; ma anche entrando nel merito delle singole doglianze, mosse prima e che vengono poi riproposte anche in terzo grado.

La Procura Generale ritiene che il notaio delegato vada ritenuto un sostituto del magistrato, che sovraintende, sempre, al procedimento esecutivo.

Il caso di merito

Questo giudizio, invece, è stato instaurato dall’aggiudicatario di un bene, all’esito di una esecuzione immobiliare. L’istante richiedeva, nei confronti di diverse parti (anche il Ctu), la risoluzione del proprio acquisto, deducendo un aliud pro alio, ovvero il suo annullamento per errore essenziale e determinante; attese le non sanabili difformità costruttive di quel compendio. Nei confronti, in particolare, del Notaio, si lamentava la mancata informativa in ordine alla condizione edilizia e urbanistica del bene oggetto di assegnazione.

Il professionista ha respinto le pretese. In particolare, deducendo che: – le contestazioni avrebbero dovuto farsi valere, ex art. 617 c.p.c. e nei termini;  – l’azione era, ormai, prescritta; – comunque di aver correttamente operato in quanto, nelle vendite ordinarie come in quelle forzate, il Notaio ha solo la responsabilità di verificare la formale verità degli atti, non potendo, anche per la mancanza delle necessarie competenze tecniche, sindacarne il contenuto con indagini sostanziali.

La decisione

Il Tribunale di Caltanissetta, sentenza 17/1/24, aderendo alle difese sopra riassunte, ha confermato che le doglianze fondate sull’aliud pro alio, quale causa di risoluzione del decreto di trasferimento, avrebbero dovuto farsi valere con l’opposizione di cui all’art. 617 c.p.c. Mentre, in ordine alla specifica azione risarcitoria esperita, ha ritenuto: “la pretesa non può che essere qualificata come azione per responsabilità extracontrattuale, in forza dell’evidente assenza di un rapporto contrattuale tra le parti (o di configurabilità di altra fonte legale di doveri) idoneo a configurare una preesistente obbligazione nei confronti dell’attore, rispetto alla quale poter parlare di inadempimento rilevante ai sensi dell’art. 1218 c.c.”. Conseguentemente, rientrando nell’alveo dell’illecito aquiliano, l’azione era “soggetta al relativo termine prescrizionale di cinque anni di cui all’art. 2947 comma 1 c.c. (e non invece a quello ordinario decennale)”.

 

Claudia Farina

Stefano Giove