La ripartizione dell’indennizzo, tra due o più assicuratori che abbiano assunto il medesimo rischio, fa sorgere il problema di determinare le quote di spettanza degli indennizzi dovuti da ognuno, nel caso che i rispettivi massimali assicurati siano diversi.

L’art. 1910, quarto comma, del codice civile testualmente recita: “L’assicuratore che ha pagato ha diritto di regresso contro gli altri per la ripartizione proporzionale in ragione delle indennità dovute secondo i rispettivi contratti. Se un assicuratore è insolvente, la sua quota viene ripartita fra gli altri assicuratori.

Sommando i due massimali e proporzionandoli all’indennizzo dovuto, nel caso in cui una Compagnia avesse un massimale maggiore, ne potrebbe derivare una quota superiore rispetto a quella della consorella con un limite inferiore.

L’utilizzo del criterio di ripartizione dell’indennizzo in caso di regresso dell’assicuratore che abbia pagato l’intero, in presenza di plurime assicurazioni per il medesimo rischio, è applicabile anche in sede di riparto preventivo in caso di coassicurazione indiretta per il coinvolgimento di più assicuratori dello stesso rischio.

1. Quali sono i possibili criteri di ripartizione?

Recentemente la Corte di Cassazione ha statuito: “Se più assicuratori hanno coperto in modo indipendente l’uno dall’altro il medesimo rischio (c.d. assicurazione plurima), quello tra loro che ha pagato all’assicurato l’intero indennizzo dovuto secondo il contratto ha diritto di regresso in misura proporzionale rispetto all’indennizzo contrattualmente dovuto da ciascuno degli altri assicuratori. Tale misura si determina moltiplicando il danno patito dall’assicurato per l’indennizzo concretamente dovuto dal singolo assicuratore e dividendo il prodotto per la sommatoria degli indennizzi concretamente dovuti da tutti gli assicuratori.” (Cass. civ., Sez. III, Sent. 16/02/2024, n. 4273).

La sentenza della Cassazione fa dunque chiarezza, tenendo conto del fatto che, fino a tale pronuncia dirimente, c’era chi calcolava la misura in proporzione del massimale garantito (e dunque in misura pari al prodotto del danno per il massimale garantito dal singolo assicuratore, fratto il cumulo dei massimali di tutti gli assicuratori coinvolti).
Questa soluzione era giustificata da questa considerazione, in particolare: chi garantisce il valore maggiore corre un rischio maggiore ed incassa un premio maggiore. Pertanto, in caso di sinistro, si riteneva giusto ed equo che sopportasse il peso maggiore.

 

2. Quali sono le conseguenze pratiche dell’applicazione del criterio degli indennizzi concretamente dovuti (del rischio giuridico)?

Secondo il ‘nuovo’ principio, quindi, l’assicuratore che stipula un secondo contratto per lo stesso rischio non se ne accolla uno minore in termini di probabilità statistica rispetto al primo e non sarebbe giustificato chiedere un regresso basato sul “rischio corso”, poiché non ne esiste uno naturale inferiore rispetto all’altro.

In altri termini, nel quantificare il regresso per le assicurazioni, il rischio naturale non è influenzato dal numero di quante polizze siano state sottoscritte per lo stesso rischio.

Né, tanto meno, la stipula di una polizza con un valore assicurato o massimale più alto, per lo stesso principio, potrebbe condizionare la ripartizione calcolando la quota sulla base di un elemento che non rileva sulla frequenza del rischio naturale.

Per il calcolo delle quote, quindi, la Corte ha enunciato la formula secondo cui la misura si determina moltiplicando il danno patito dall’assicurato per l’indennizzo concretamente dovuto dal singolo assicuratore e dividendo il prodotto per la sommatoria degli indennizzi concretamente dovuti da tutti gli assicuratori.

L’enunciazione non è delle più felici: la Corte non precisa quale sia il criterio da adottare per il calcolo dell’indennizzo concretamente dovuto da ogni assicuratore coinvolto.

Ma, a voler enunciare una formula lapidaria, forse bastava dire che per il calcolo delle quote dovute in regresso il valore del danno subito dall’assicurato e complessivamente dovuto dalle assicurazioni andava diviso per il numero di compagnie ed in tal senso forse può intendersi il riferimento al “concreto” (almeno nel caso, più semplice, di massimale capiente per tutte). Tentiamo un paio di esempi:

1.Coassicuratori indiretti 3 (massimale capiente per tutte di € 1 Milione le prime due e € 1,5 Milioni l’altra):

  • Danno concretamente patito dall’assicurato. € 750.000
  • Indennizzo concretamente dovuto dalle assicurazioni o, poi, da ripartire nel successivo regresso € 750.000
  • Quota dovuta € 250.000 x ognuna (€ 750.000).

2.Coassicuratori indiretti 3 (massimale incapiente per una, € 200.000, ma capiente per le altre due, € 1 Milione)

  • Danno concretamente patito dall’assicurato. € 750.000
  • Indennizzo concretamente dovuto dalle assicurazioni o, poi, da ripartire nel successivo regresso € 750.000
  • Quota dovuta € 200.000 dalla prima ed € 275.000 ciascuna dalle altre due.

3. Perché l’orientamento recente invece adotta il criterio dell’indennizzo concretamente dovuto (rischio giuridico)?

I motivi che hanno portato la Corte a pronunciarsi, nel senso già indicato, sono molteplici e possono essere così sintetizzati:

  1. a) l’interpretazione della norma:

letterale, in quanto si fa riferimento “all’indennità dovuta”, e col medesimo significato anche nel terzo comma dello stesso articolo e nell’intero codice;

finalistica, perché la ratio è quella di ridurre, in presenza di più assicuratori, il peso economico del sinistro per ciascuno di essi e quindi per gli assicurati, dal momento che il minor costo di indennizzi e risarcimenti ha per effetto indiretto la riduzione del premio puro. In caso di assicurazione del medesimo rischio presso diversi assicuratori, ciascuno di essi potrà trarre vantaggio dalla presenza degli altri;

logica, perché un’assicurazione della responsabilità civile potrebbe essere stipulata anche per un massimale illimitato. Ma il criterio di determinazione della quota di regresso in proporzione del massimale non sarebbe applicabile in tal caso;

comparatistica, anche nell’ordinamento francese, fino al 1982, vigeva il principio di riparto del costo del sinistro tra vari assicuratori secondo il criterio proporzionale riferito al massimale. Poi, con la legge 13.7. appunto del 1982, quel principio è stato sostituito con la regola della proporzione rispetto all’indennizzo dovuto; e proprio a causa delle “difficoltà applicative” del precedente sistema.

  1. b) evitare iniquità: quando l’assicurazione con massimale maggiore determini un indennizzo inferiore rispetto alle altre, ad esempio perché è stata stipulata una sottoassicurazione, oppure per la presenza di franchigie o scoperti (con l’altro sistema potrebbe addirittura non avere diritto di regresso, oppure versare una somma eccedente l’indennizzo che avrebbe dovuto pagare all’assicurato, se non vi fossero state altre polizze).
  2. c) origine dell’istituto: ante codice del commercio del 1882, se un rischio fosse stato già coperto da una polizza, una nuova ed identica assicurazione sarebbe stata nulla per inesistenza del rischio. Tale codice ha poi previsto, in caso di assicurazione plurima, che la seconda polizza operasse nel caso di inefficacia della prima, oppure se le varie assicurazioni fossero stipulate simultaneamente. L’introduzione della possibilità di assicurazione plurima comportò come corollario che il costo del sinistro dovesse ripartirsi in proporzione del rischio corso (minore probabilità per l’assicuratore successivo) e non in base all’indennizzo dovuto. Oggi, invece, non si dubita che il rischio naturale cui la cosa assicurata risulti esposta (e cioè la probabilità statistica di avveramento dell’evento avverso) sia cosa ben diversa dal rischio giuridico (la presenza di uno o più assicuratori in grado di coprire i costi del sinistro).

Se, dunque, la presenza di più assicuratori non riduce la probabilità statistica di avveramento dell’evento, l’assicuratore che stipula il secondo contratto in ordine di tempo (ma anche quello che lo stipula con un valore assicurato \ massimale superiore) non si accolla affatto un rischio minore in termini di probabilità statistica; e se non corre un rischio naturale minore rispetto agli altri assicuratori, non ha senso pretendere di giustificare la misura del regresso o la determinazione preventiva della quota da ripartire in base “al rischio corso” dall’assicuratore.

4. La fattispecie concreta decisa dalla Cassazione: un caso di responsabilità civile di azienda sanitaria

L’assicuratore della responsabilità civile di una clinica e dei suoi dipendenti aveva tenuto indenne i suoi assicurati per i danni conseguenti alle lesioni al neonato durante un parto avvenuto all’interno della struttura, pagando a titolo di risarcimento direttamente nelle mani dei genitori terzi danneggiati. L’assicuratore, allegando questi fatti, successivamente aveva convenuto la consorella assicuratrice del medico responsabile del danno, in quanto a copertura del medesimo rischio (la responsabilità civile del sanitario) vi era anche la garanzia stipulata dal medico nell’interesse proprio; ricorreva dunque una ipotesi di assicurazione plurima, ai sensi dell’art. 1910 c.c. sopra menzionato.

La Cassazione (ri)chiamata a decidere sulla statuizione della Corte d’appello (in sede di rinvio) ha confermato sia la sussistenza di una ipotesi di assicurazione plurima sia il conseguente diritto di regresso della Compagnia della struttura verso la consorella, con una quota individuata nel 50% dell’indennizzo pagato al terzo danneggiato, osservando che ambedue i contratti stipulati “…coprono interamente la responsabilità del coassicurato fino alla concorrenza della somma corrisposta…”.

E’ evidente che la soluzione adottata è più lineare perché al momento della valutazione del rischio e della quantificazione del premio, né la presenza di altre coperture né tantomeno il loro massimale avevano avuto (e non hanno) rilevanza per l’assicuratore. La stima invece va fatta – a prescindere – sulle probabilità statistiche che l’evento accada e quindi la garanzia dev’essere garantita fino alla concorrenza di quanto contrattualmente pattuito. Una riduzione di quota, in caso di assicurazione plurima in proporzione al minore massimale garantito rispetto ad un altro, invece, non è un elemento rilevante e preventivabile in sede di calcolo del premio e quindi tale principio non è corretto per la normativa vigente.

 

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