A fronte di una domanda di risarcimento del danno per omessa proposizione di un’azione giudiziaria da parte del difensore incaricato, è necessario verificare, mediante prognosi postuma, quale verosimilmente sarebbe stato l’esito del giudizio – non iniziato – ove la difesa fosse stata adeguatamente svolta.

Con la sentenza 19035/11 il Tribunale di Roma, collocandosi nella prospettiva sancita dalla Suprema Corte (Cass. 26 febbraio 2002, n. 2836, in Diritto e Giustizia, 2002, fasc. 12, 42, n. Rossetti).

Il principio è quello secondo cui, a fronte di una domanda di risarcimento del danno per omessa proposizione di un’azione giudiziaria da parte del difensore incaricato, è necessario una verifica mediante prognosi postuma. E cioè, va accertato quale verosimilmente sarebbe stato l’esito del giudizio – non iniziato – ove la difesa fosse stata adeguatamente svolta.

Ciò secondo un criterio di valutazione probabilistico che consente di imputare causalmente alla condotta omissiva l’evento dannoso dedotto.

1. I fatti di causa

Nella presente fattispecie gli attori lamentavano che il proprio figlio, all’esito del parto, avesse riportato la paralisi del plesso brachiale destro a seguito dell’inadeguata assistenza prestata alla partoriente dalla struttura ospedaliera, e, soprattutto, dal medico che aveva assistito al parto.

Ne conseguiva un processo penale, nel quale il sanitario veniva assolto con formula “perché il fatto non costituisce reato”.

I coniugi decidevano, allora, di proseguire l’azione in sede civile, rivolgendosi a tal fine ad un legale.

Questi, tuttavia, in diverse fasi diluite in una lunga cronologia, informava il cliente che un’azione giudiziale sarebbe risultata infondata e che la via della transazione stragiudiziale appariva preferibile. Anche questa opzione restava, però, senza esito.

2. L’azione di responsabilità professionale

Di qui l’azione risarcitoria proposta dagli attori nei confronti del legale, che avrebbe omesso di svolgere qualsivoglia attività, anche con riferimento alla suggerita ipotesi di definizione transattiva.

2.1 La decisione del Tribunale

Con linearità il Giudice evidenzia come, venendo in questione un’obbligazione di mezzi e non di risultato, l’inadempimento del professionista alla propria obbligazione non possa essere desunto dal mancato raggiungimento del risultato avuto di mira dal cliente.

La valutazione investe, invece, i doveri inerenti lo svolgimento dell’attività professionale e, in particolare della diligenza dovuta ex art. 1176, 2° co., c.c.

2.2 I precedenti di legittimità

Si tratta, sotto questo profilo, di un orientamento consolidato in giurisprudenza (cfr. Cass. 29 settembre 2009 n.20828, in Guida al diritto 2009, 43, 49 ).

Secondo la pronuncia “la prestazione d’opera intellettuale configura una obbligazione di mezzi, in quanto la prestazione si identifica in un comportamento diligente, senza garanzia che si raggiunga il risultato finale atteso dal cliente-creditore. In altri termini, la prestazione d’opera professionale ha ad oggetto non il soddisfacimento dell’interesse specifico del creditore, bensì l’adempimento di una serie di comportamenti intermedi, ai quali il soddisfacimento dell’interesse risulta condizionato” (Chiara Maria Ciarla, in Diritto e Giustizia 2011, 0, 175).

2.3 Corollari

La pronuncia, pertanto, appare di rilievo sotto l’aspetto dell’onere probatorio che incombe sull’attore, dovendo egli provare che, sulla base di criteri probabilistici, senza l’omissione da parte del professionista, il risultato utile sarebbe stato conseguito (nella specie, l’esito vittorioso del giudizio risarcitorio).

Di conseguenza il Giudice ha respinto la domanda risarcitoria poiché gli attori hanno omesso di dedurre quale difesa il professionista avrebbe potuto sostenere nel giudizio non intrapreso, impedendo in tal modo al Tribunale adito di apprezzarne l’idoneità a raggiungere un esito favorevole.

Avv.  Nicola De Nicola