IL FATTO

L’attore chiedeva al Giudice di accertare la responsabilità professionale del proprio avvocato e, conseguentemente, condannarlo al risarcimento dei danni provocati dalla irrecuperabilità di un credito per aver omesso di effettuare le attività volte ad individuare il titolare della legittimazione passiva in un giudizio di lavoro, con conseguente citazione di un soggetto diverso dall’effettivo legittimato passivo della pretesa creditoria.

Si costituiva la Compagnia assicurativa, chiamata in giudizio dal professionista, eccependo l’inoperatività dalla copertura assicurativa per aver l’avvocato omesso di comunicare circostanze note – dalle quali sarebbe potuta emergere una responsabilità professionale – in sede di sottoscrizione della polizza.

Il Tribunale di Bari accertava la responsabilità dell’avvocato e condannava la Compagnia a manlevarlo per il pagamento del risarcimento, nonostante quest’ultima – a sostegno del comportamento omissivo e reticente dell’assicurato – avesse prodotto copia del modulo di proposta di polizza compilato e sottoscritto con risposta negativa alla domanda sulla conoscenza di circostanze che potessero dare seguito a una richiesta di risarcimento.

La Compagnia assicurativa ha impugnato la sentenza di primo grado, proponendo, tra gli altri, un motivo in merito all’errata analisi, da parte del Tribunale, della documentazione depositata relativa all’eccezione di difetto di copertura assicurativa per pregressa conoscenza delle circostanze da parte del professionista assicurato in sede di stipula della polizza.

LA DECISIONE

Nel marzo scorso, la Corte di Appello di Bari, riformando la sentenza di primo grado e  accogliendo il motivo di appello della Compagnia assicurativa, ha affermato che “se da un lato le Compagnie assicurative inseriscono la clausola dell’irretroattività illimitata, impegnandosi a garantire anche eventi che abbiano avuto origine in periodi precedenti, dall’altro non può negarsi valore alla circostanza che in sede di stipula (o rinnovo) venne taciuta l’esistenza di tali circostanze, da cui era ragionevole presumere l’avvio di una azione di responsabilità”.

Così la Corte ha ritenuto fondato quanto sostenuto dall’assicuratore: il professionista era perfettamente in grado di considerare che da tali circostanze (titolo esecutivo non utilizzabile e che, nelle more, si era prescritto il diritto del proprio assistito) sarebbe potuta derivare, a proprio carico, un’azione di responsabilità e quindi una richiesta risarcitoria. Pertanto, in occasione della sottoscrizione del contratto assicurativo, il professionista avrebbe dovuto comunicare al proprio assicuratore le circostanze note, al fine di non incorrere nella violazione sia delle condizioni di polizza sia delle previsioni codicistiche (articoli 1892 e 1893 c.c.), che hanno comportato l’inoperatività della copertura assicurativa.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La Sentenza della Corte di Appello, quindi, ha correttamente riformato la decisione di primo grado e richiamato in senso lato l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale le dichiarazioni inesatte dell’assicurato, qualora queste siano rilevanti ai fini della conclusione del contratto, comportano che l’assicuratore possa rifiutare il pagamento dell’indennizzo, anche lasciando in vita il contratto. (tra le molte Corte di Cassazione, ordinanza 5 febbraio – 19 giugno 2020 n. 11905).

Pertanto, se – in generale – l’esito negativo di un giudizio non scaturisce necessariamente da un inadempimento del professionista, – nel caso oggetto di giudizio – la consapevolezza dell’avvocato di aver ottenuto un titolo esecutivo invalido e di aver determinato la prescrizione di un diritto, avrebbe dovuto indurre l’assicurato a considerare la situazione come circostanza suscettibile di richiesta di risarcimento e quindi da denunciare alla Compagnia assicurativa in sede di stipula della polizza.

Avv. Ludovica Dickmann