Studio Ferraro Giove | Il trasferimento immobiliare in sede di separazione: presunzione di gratuità e della scientia damni in capo all’ex coniuge
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Il trasferimento immobiliare in sede di separazione: presunzione di gratuità e della scientia damni in capo all’ex coniuge

Il trasferimento immobiliare in sede di separazione: presunzione di gratuità e della scientia damni in capo all’ex coniuge

Corte d’Appello Milano, sez. IV, 28/02/2018, n. 1078

Si presumono gratuite le attribuzioni patrimoniali dall’uno all’altro coniuge in sede di separazione consensuale. Tali atti dispositivi possono essere considerati a titolo oneroso qualora ne emerga la giustificazione da una speculare obbligazione con funzione di riequilibrio o ristoro del contributo apportato al menage familiare, non essendo sufficiente, ai fini dell’onerosità, l’astratta sussistenza di un obbligo legale di mantenimento o l’esplicita dichiarazione di assenza di spirito di liberalità.

Nel caso in cui sia accertata l’onerosità delle attribuzioni patrimoniali effettuate in sede di separazione consensuale, ai fini dell’azione revocatoria si presume la scientia damni in capo al coniuge assegnatario, ex convivente in regime di comunione legale, qualora la cessione abbia riguardato tutti i beni dell’ex consorte.

Il Tribunale, in accoglimento della domanda revocatoria ordinaria proposta dal creditore, dichiarava inefficace, nei confronti di parte attrice, l’atto pubblico con il quale il debitore, in sede di accordi di separazione consensuale, dopo aver già ricevuto intimazione di pagamento, aveva ceduto al coniuge la quota di proprietà indivisa (in ragione della metà) di tutti i beni immobili.

Proponeva appello il coniuge assegnatario il quale, presupponendo che il trasferimento dei beni in sede di separazione consensuale configurasse un atto a titolo oneroso compiuto per adempiere l’obbligo di provvedere al mantenimento dell’ex consorte, si qualificava come terzo acquirente a titolo oneroso e lamentava il mancato accertamento dell’elemento soggettivo (scientia damni) ai fini dell’esercizio dell’azione revocatoria.

Con la sentenza in epigrafe si ribadisce che sono lecite, in sede di accordi di separazione consensuale – o mediante atti successivi adottati in loro esecuzione – attribuzioni patrimoniali dall’uno all’altro coniuge concernenti beni mobili o immobili, che, in quanto attuate nello spirito degli accordi di sistemazione dei rapporti in occasione dell’evento di “separazione” consensuale, sfuggono sia alle connotazioni classiche della “donazione” vera e propria che a quelle di una vendita.

Tali atti dispositivi, precisa la Corte, possono essere considerati a titolo oneroso qualora emerga che l’attribuzione è giustificata da una speculare obbligazione di un coniuge verso l’altro avente la funzione di riequilibrio o ristoro del contributo apportato al menage familiare. L’onerosità, quindi, non può farsi discendere dalla sussistenza, in astratto, di un obbligo legale di mantenimento o dalla dichiarata assenza di spirito di liberalità, ma richiede – invece – che dall’atto emerga come l’attribuzione abbia avuto lo scopo di “ripagare” l’altro coniuge.

Circa la prova dell’elemento soggettivo del terzo acquirente a titolo oneroso, inoltre, a fini dell’esperimento dell’azione revocatoria, non si richiede la prova di una specifica conoscenza del debito storicamente facente carico all'”alienante” e delle sue caratteristiche; essendo sufficiente la sola consapevolezza che il trasferimento potrebbe cagionare una diminuzione della garanzia patrimoniale generica del cedente.

Sul punto si precisa come, in presenza di taluni elementi indiziari e convergenti (quali la convivenza fino a poco tempo prima della separazione, seguita a poca distanza dalla richiesta di rientro da parte del creditore istante, il regime della comunione, la cessione di tutti i beni immobili, la sostanziale equivalenza reddituale), possa considerarsi acquisita la conoscenza sia della situazione debitoria del coniuge sia del fatto che la dismissione ne compromette la capacità patrimoniale, così integrando il requisito della scientia damni.

 Avv. Gilda Avena