Cassazione 19 Dicembre 2018 n. 32821.

Per la prima volta la Corte si pronuncia sul patto di famiglia, affrontando prevalentemente i profili fiscali dell’istituto (la liquidazione dell’assegnatario), ma con cenni anche alla natura giuridica del contratto.

La fattispecie scrutinata.

La controversia giunta all’attenzione dei giudici di legittimità prende le mosse dalla qualificazione dell’atto di liquidazione, di cui all’art. 768 quater comma 2 c.c., effettuato dall’assegnatario a favore degli altri partecipanti al contratto, e dei suoi risvolti fiscali.

La pronuncia offre lo spunto per procedere ad una breve disamina degli aspetti affrontati, pur trattandosi di una decisione resa in materia di imposta di registro.

L’accoglimento incondizionato dei principi di diritto espressi dalla sentenza sembra urtare con la ratio giustificatrice del patto di famiglia, oggetto di robusta elaborazione dottrinale.

L’alambicco legislativo, nel 2006, ha distillato una nuova figura di contratto, disciplinando, agli artt. 768 bis e ss c.c., il patto di famiglia (e, al contempo, con la modifica dell’art. 458 c.c. con ciò autorizzando alcuni interpreti a ritenere la nuova figura contrattuale un patto successorio dispositivo, eccezionalmente lecito).

Dopo aver ribadito, in linea con l’opinione dottrinale tradizionale, che lo scopo del patto di famiglia è quello di agevolare il trapasso generazionale dell’impresa, la Cassazione afferma la natura essenzialmente liberale e donativa dell’istituto, concentrando l’attenzione su due profili: l’atto di trasferimento dal disponente all’assegnatario e la conseguente liquidazione che quest’ultimo è tenuto a versare ai legittimari non assegnatari.

In relazione al primo aspetto viene richiamato l’art. 3 comma 4 ter del d. lgs 346/90 (TU imposta successioni e donazioni) che colloca il trasferimento del disponente nell’ambito di operatività della imposta sulle donazione (salvo prevederne l’esenzione in presenza di determinate condizioni).

La ricostruzione (sia civilistica che fiscale) della liquidazione da parte dell’assegnatario non può invece in alcun modo essere condivisa.

Il principio di diritto.

La Cassazione qualifica l’obbligo dell’assegnatario di liquidare i partecipanti quale “onere” apposto all’originario trasferimento (dal disponente al beneficiario), richiamando espressamente l’art. 793 c.c., che riconosce alla autonomia privata il potere di apporre un onere alla donazione.

Le maggiori criticità si annidano proprio in questa affermazione.

Osservazioni critiche.

La dottrina è quasi unanime nel ritenere che l’onere riduce gli effetti della liberalità, ma non costituisce corrispettivo dell’attribuzione. Secondo un autorevole autore «il modo innesta sugli effetti tipici del negozio altri effetti, accessori e secondari rispetto ai primi, per cui può distinguersi una volontà principale, diretta alla produzione degli effetti tipici, e una volontà subordinata che è appunto quella istitutiva del modus» (Santoro-Passarelli, Dottrine generali del diritto civile, Napoli, 2002, pag193 ss).

La Cassazione, dato atto delle posizioni diversificaste in dottrina, qualificata la liquidazione dell’assegnatario in termini di onere, richiama l’art. 58 comma 1 del TU imposta successioni e donazioni, a tenore del quale “gli oneri di cui è gravata la donazione, che hanno per oggetto prestazioni a soggetti terzi determinati, si considerano donazioni a favore dei beneficiari” (norma che stride irrimediabilmente con le richiamate categorie civilistiche, riecheggiando la figura retorica dell’ossimoro: se è modus trasferisco perché devo, in adempimento di un obbligo, non certo per animus donandi; ma è nota a tutti  la distanza siderale che divide il diritto civile dal mondo dei tributi).

La richiamata disposizione, secondo la decisione, “si attaglia alla fattispecie di cui all’art. 768 quater c.c, stante la natura di onere attribuibile all’obbligo dell’assegnatario”.

Le attribuzioni patrimoniali dell’assegnatario a favore dei legittimari, in realtà, non sembrano definibili come effetto del contratto; esse piuttosto contribuiscono a definirne la fattispecie e quindi a qualificarla. La necessaria presenza di un fine di liquidazione dei legittimari qualifica causalmente il patto di famiglia, connotandolo in termini di tipicità, con gli effetti previsti dalla legge (imputazione alle quote di riserva, esenzione da riduzione e collazione)

Il contratto, quindi, non può essere qualificato come “donazione modale”: l’eventuale obbligazione dell’assegnatario rappresenta elemento necessario della fattispecie ai fini della sua qualificazione, mentre il modus donativo è elemento accidentale, la cui presenza non è mai necessaria ai fini della qualificazione del negozio giuridico.

Come rilevato in dottrina, occorre quindi considerare il patto di famiglia come figura sì tipica, ma irriducibile ai tipi contrattuali disciplinati dal codice. Occorre quindi rinunciare a ricondurlo in uno degli schemi, per così dire, classici (come invece ha fatto la Cassazione, ricorrendo alla collaudata figura della donazione modale).

Gli ermellini, quindi, sul piano fiscale, considerano donazione non soltanto l’assegnazione operata dal disponente, ma anche la liquidazione a favore dei non assegnatari, concludendo per l’applicazione (alla liquidazione) dell’aliquota prevista dall’art. 2 c. 49 d.l. 262/06 convertito in l. 286/06 lettera a bis per le donazioni e gli atti di trasferimento a titolo gratuito di beni e diritti: “a favore dei fratelli e delle sorelle sul valore complessivo netto eccedente, per ciascun beneficiario, euro 100.000,00: 6 per cento” (in sede principale la assegnazione era stata tassata con la aliquota del 4% eccedente la franchigia di 1 milione – come se fosse una donazione indiretta fatta dalla madre alla figlia – ; la stessa impostazione era stata avallata dalla CTR Lombardia).

Sul presupposto che il patto di famiglia è negozio a causa complessa, ciascuna prestazione deve essere assoggettata al regime fiscale corrispondente alla natura dell’attribuzione patrimoniale ed alla relativa causa. Si è detto che la liquidazione da parte dell’assegnatario avviene in funzione solutoria, ed è quindi trasferimento gratuito ma non liberale. Deve quindi ritenersi applicabile l’art. 2 della tariffa, parte prima, allegata al d.p.r. n. 131/1986, con assoggettamento della prestazione in esame ad imposta di registro con aliquota del 3 per cento (in tal senso vedi anche Gaetano Petrelli, in Riv. Not., 2006, p. 402 e ss)