Con ordinanza del 12 novembre 2014 il Tribunale di Milano affronta il problema del coordinamento tra l’art. 6 comma 2 della l. 604 del 15 luglio 1966 e l’art. 410 c.p.c. comma 2 nell’ipotesi di richiesta del tentativo di conciliazione in sede amministrativa.
Un lavoratore impugnava il licenziamento e proponeva la conciliazione stragiudiziale ai sensi dell’art. 410 c.p.c. inoltrando apposita richiesta alla DTL e alla controparte datoriale. La controparte rifiutava, con lettera inviata al solo lavoratore, l’espletamento del tentativo e formulava una controproposta per la definizione bonaria della controversia. Il deposito del ricorso, come si legge nel provvedimento, interveniva a distanza di sessantanove giorni dal rifiuto e, non trovando applicazione la sospensione disposta dall’art. 410 comma 2 c.p.c., il lavoratore veniva dichiarato decaduto dall’azione, promossa oltre il termine massimo di 60 giorni (art. 6 comma 2 secondo periodo) decorrente dal rifiuto o dal mancato accordo.
Il giudice assevera che la norma in ultimo richiamata «attribuisce rilevanza giuridica al “rifiuto” di per sé considerato, indipendentemente dalla modalità con la quale lo stesso viene manifestato». Ritiene perciò, facendo leva sulla specialità della disciplina della decadenza, che quello opposto dal chiamato, ancorché manifestato in via extra-procedimentale, comporti la decorrenza immediata del termine dal giorno della comunicazione del rifiuto e non dal ventesimo, successivo alla conclusione del tentativo, come prevede l’art. 410 comma 2 c.p.c..
Indipendentemente dai contrasti interpretativi sorti a causa della    ambigua formulazione    delle   due  disposizioni, sulle
conclusioni raggiunte nella decisione in commento potrebbero avanzarsi seri dubbi, appuntati su questioni sia di ordine generale, che formali, nonchè su esigenze di coordinamento logico tra le discipline.
Nella pronuncia in commento le due disposizioni richiamate vengono messe in concorrenza sul piano oggettivo e temporale, come se regolassero in modo diverso il medesimo oggetto. A ben vedere, invece, si concentrano su due profili differenti. L’una prevede la sospensione di ogni termine di decadenza dopo l’inoltro della richiesta alla DTL nel caso di conciliazione ex art. 410 c.p.c.; l’altra identifica nel fallimento del tentativo di conciliazione o dell’arbitrato il termine da cui decorrono i sessanta giorni previsti entro cui depositare, a pena di decadenza, il ricorso al giudice del lavoro.
L’ordinanza pare dominata da un difetto d’impostazione logica. Secondo il giudice milanese l’applicazione della sospensione priverebbe di “rilevanza giuridica propria” il rifiuto ex art. 6 comma 2 l. 604, con forza autonoma.
Sospensione e decorrenza del termine, previsto a pena di decadenza, appaiono invero fenomeni giuridici perfettamente compatibili e sovrapponibili in chiave temporale.
Inoltre l’interprete pare trascurare che la sospensione nel corso del procedimento e dopo la conclusione è una peculiarità che differenzia il procedimento ex art. 410 c.p.c. dalle altre «modalità di conciliazione ed arbitrato». Il senso di quella norma si lega invece al suo carattere tipico, andando a costituire il tassello fondamentale di una procedura ad attivazione unilaterale, che si svolge attraverso un contraddittorio vincolato tra le difese. Il rifiuto alla conciliazione manifestato alla controparte, ma non comunicato nella sede deputata, comporta solo gli effetti tipici dell’inerzia ex art. 410 comma 7 c.p.c. allo scadere  dei  venti giorni   a   disposizione   del   convocato   per depositare una memoria. In ogni caso il termine è sospeso dopo la conclusione per venti giorni, sia nel caso del mancato accordo, sia nell’ipotesi di inerzia del convocato.
Per evitare che una interpretazione artefatta dell’art. 6 comma 2 della l. 604, non contestualizzato all’interno del procedimento conciliativo in sede amministrativa, incida sull’applicabilità dell’art. 410 comma 2 c.p.c., è necessario concludere che tra le due disposizioni non intercorre un rapporto di specialità. Hanno ambiti di applicazione e oggetti non coincidenti. Ed infatti l’applicazione dell’una non esclude l’applicabilità dell’altra, quando sussistano tutte le condizioni necessarie.
Sul piano operativo, consentire che il rifiuto, comunicato irritualmente e dopo l’avvio della procedura, abbia effetti tipici ablativi del termine di sospensione rimetterebbe il funzionamento di un opportuno meccanismo di tutela previsto alla mercé di una delle parti. Verrebbe anche clamorosamente disatteso l’intento legislativo di creare un incentivo serio all’utilizzo dello strumento della conciliazione in sede amministrativa, già gravato da una serie di oneri formali che lo rendono nel complesso poco accattivante.
È ora possibile prospettare un coordinamento tra le disposizioni. Nei primi venti giorni dal rifiuto-conclusione del tentativo non decorrerà alcun termine, essendone sospeso ex lege il decorso, mentre i sessanta giorni per il deposito (del ricorso) decorreranno dal primo giorno utile successivo al periodo di sospensione. L’art. 410 comma 2 c.p.c. si limita a concedere con espressione perentoria («sospende… ogni decadenza») un termine di venti giorni da sommare ai sessanta canonizzati dalla legge e decorrenti dal rifiuto o dal mancato accordo, così da determinare una situazione in cui, una volta fallito il tentativo, l’ulteriore termine di decadenza risulti, di fatto, pari a ottanta giorni complessivi.