Sentenza Cass. 11.11.2019 n. 28986: Il danno da aggravamento dello stato di salute antecedente: prova del nesso e criteri di calcolo del risarcimento.

Sentenza Cass. 11.11.2019 n. 28986: Il danno da aggravamento dello stato di salute antecedente: prova del nesso e criteri di calcolo del risarcimento.

Il maggior danno derivante dalle lesioni personali concorrenti con un compromesso stato anteriore di salute della vittima, con effetti invalidanti meno gravi se isolati e più gravi se associati alle altre menomazioni, vanno di norma tenute in considerazione e valutate dal medico legale, salvo il ricorso del giudice di merito  all’equità, ove riscontri che la rigidità del calcolo conduca a risultati manifestamente iniqui, per eccesso o per difetto.

CASSAZIONE n. 28986 dell’11 NOVEMBRE 2019

 

Responsabilità – Causalità materiale – Causalità giuridica – Malattia preesistente – Menomazioni preesistenti “coesistenti” – Irrilevanza – Menomazioni preesistenti “concorrenti” – Rilevanza – Incidenza sulla determinazione del grado di invalidità permanente e sulla liquidazione del danno – Danno da aggravamento – Equità

**********************

Causalità giuridica e giudizio controfattuale: la determinazione del danno da aggravamento

Lo stato anteriore di salute della vittima di lesioni personali può concausare la lesione, oppure la menomazione che da quella sia derivata. La concausa di lesioni è giuridicamente irrilevante. La menomazione preesistente può essere concorrente o coesistente col maggior danno causato dall’illecito. Saranno coesistenti le menomazioni i cui effetti invalidanti non mutano per il fatto che si presentino sole o associate ad altre menomazioni, saranno invece concorrenti le menomazioni i cui effetti invalidanti sono meno gravi se isolate e più gravi se associate ad altre menomazioni. Le menomazioni coesistenti sono di norma irrilevanti ai fini della liquidazione. Le menomazioni concorrenti vanno di norma tenute in considerazione: a) stimando in punti percentuali la invalidità complessiva dell’individuo e convertendola in denaro; b) stimando in punti percentuali la invalidità teoricamente preesistente all’illecito, e convertendola in denaro; lo stato di validità anteriore al sinistro dovrà essere però considerato pari al 100% in tutti quei casi in cui le patologie pregresse di cui il danneggiato era portatore non gli impedivano di condurre una vita normale; c) sottraendo l’importo (b) dall’importo (a). Il giudice di merito dovrà far ricorso all’equità, ove riscontri che la rigidità del calcolo conduca a risultati manifestamente iniqui, per eccesso o per difetto.

La Corte detta i criteri per procedere alla corretta liquidazione del danno da aggravamento, non senza prima delineare una panoramica sulle categorie generali della causalità, materiale e giuridica.

Il caso concreto che dà spunto alla pronuncia è quello della ricorrenza di lesioni conseguenti ad un sinistro stradale in danno di un soggetto che aveva già subito una frattura a carico del medesimo arto attinto dal trauma, con la conseguenza di costringere la vittima a sottoporsi ad un intervento di protesi d’anca per avere il secondo evento aggravato i postumi del primo, e quindi incrementato la percentuale dell’invalidità permanente già esistente.

Il quesito a cui la Corte si propone di dare soluzione è quindi il seguente: come andrà risarcito il danno, nel caso di specie derivante dal sinistro stradale, patito non già da un soggetto sano ma con pregressa patologia, e quindi determinante un aggravamento della complessiva invalidità preesistente al sinistro?

Per fornire risposta occorre porre delle premesse.

Anzitutto delineare il necessario distinguo tra causalità materiale e causalità giuridica. Mentre la prima concerne la imputabilità della lesione ad un evento o ad una condotta, la seconda determina la imputabilità del danno a quello stesso evento o condotta. L’accertamento del primo dei due nessi è necessario per stabilire se vi sia responsabilità ed a chi vada ascritta; l’accertamento del secondo nesso serve a stabilire la misura del risarcimento, ovvero ad individuare e selezionare le conseguenze dannose risarcibili.

Presiedono alla individuazione dei “due nessi” gli articoli 40 e 41 c.p.c., quanto alla causalità materiale, e l’art. 1223 c.c., quanto alla causalità giuridica.

Posta tale distinzione, si rileva come l’invalidità o la malattia pregressa – ovvero le c.d. preesistenze – possano teoricamente costituire tanto una concausa di lesione (l’esempio utilizzato dalla Corte è quello del lieve urto inflitto a persona affetta da osteogenesi imperfetta, con conseguenti gravi fratture), quanto una concausa di menomazione (l’esempio è quello dell’amputazione della mano destra procurata a chi aveva già perduto l’uso della sinistra).

Comprendere la distinzione è fondamentale nel già delineato quadro della bipartizione tra causalità materiale e causalità giuridica.

Se la preesistenza ha concausato la lesione iniziale dell’integrità psicofisica, di essa non dovrà tenersi conto nella determinazione del grado di invalidità permanente e quindi nella liquidazione del danno. La patologia di cui il soggetto è portatore costituisce infatti una concausa naturale dell’evento, giuridicamente irrilevante ai sensi dell’art. 41 c.p., secondo cui il concorso di cause preesistenti, anche se indipendenti dall’azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l’azione od omissione e l’evento.

Il principio è costantemente affermato dalla Suprema Corte (Ordinanza n. 30922 del 22/12/2017, Sentenza n. 24204 del 13/11/2014, Sentenza n. 9528 del 12/06/2012, Sentenza n. 15991 del 21/07/2011).

Quanto invece alla incidenza delle preesistenze quali concausa di menomazioni, occorre fare ricorso al giudizio controfattuale, ovvero verificare quali sarebbero state le conseguenze dell’illecito in assenza della patologia preesistente.

Ciò perché la preesistenza di menomazioni può teoricamente rilevare solo sul piano della causalità giuridica (art. 1223 c.c.), vale a dire della delimitazione dei danni eziologicamente imputabili al responsabile civile.

Applicando il già richiamato criterio controfattuale, afferma la Corte, sono predicabili due sole ipotesi: o le forzose rinunce patite dalla vittima in conseguenza del fatto illecito sarebbero state identiche, quand’anche la vittima fosse stata sana prima dell’infortunio; oppure quelle conseguenze dannose sono state amplificate dalla menomazione preesistente.

Nel primo caso, ovvero quello di “lesioni policrone coesistenti” la menomazione preesistente sarà giuridicamente irrilevante.

Se, infatti, le conseguenze ovvero i postumi dell’evento possono teoricamente ritenersi pari sia per la vittima reale, sia per una ipotetica vittima sana prima dell’infortunio, dovrà concludersi che non vi è alcun nesso di causa tra preesistenze e postumi, che saranno quindi da valutare come se a subirli fosse stata una persona sana (“senza aprioristiche riduzioni, ma appezzando l’effettiva incidenza dei postumi sulle capacità, idoneità ed abilità possedute dalla vittima prima dell’infortunio”). La ratio è chiara: se i postumi permanenti causati dall’illecito non sono stati aggravati dalle menomazioni preesistenti, ciò vuol dire che essi, nella loro interezza, sono conseguenza esclusiva del fatto illecito e vanno ritenuti conseguenza immediata dell’illecito.

La Corte liquida così le teorie che ritengono si debba ridurre il risarcimento del danno alla salute considerando anche preesistenze che non interferiscano con i postumi dell’illecito. Precisa, peraltro, che il concetto di coesistenza necessita di essere accertato in concreto, e non facendo acritica applicazione del principio secondo il quale successive menomazioni riguardanti lo stesso organo non possano che aggravarsi le une a causa delle altre (l’esempio è quello di vittima con già ridotta capacità uditiva a cui un trauma cagioni sordità, che sarebbe comunque stata inevitabile anche se la lesione avesse attinto una persona sana), ovvero che menomazioni riguardanti organi diversi mai interferiscano tra loro (l’esempio è quello della perdita del tatto in una persona non vedente).
Piuttosto, le definizioni (“concorrenza” o “coesistenza” delle menomazioni) ed il riscontro della identità o diversità degli organi o delle funzioni menomati lasciano il tempo che trovano, in favore della c.d. prognosi postuma, che individuerà quali sarebbero state le conseguenze dell’illecito in assenza della patologia preesistente, per escludere il nesso se tali conseguenze possano ritenersi pari sia per la vittima reale, sia per una ipotetica vittima perfettamente sana prima dell’infortunio.

C’è invece il caso in cui in cui lo stato anteriore della vittima abbia concausato il consolidarsi di postumi più gravi rispetto a quelli che avrebbe patito la vittima se fosse stata sana al momento dell’illecito (normalmente si fa riferimento a tale circostanza con l’espressione “lesioni policrone concorrenti”).

In questo caso, facendo applicazione del giudizio controfattuale, si arriva a concludere che le conseguenze del fatto illecito, a causa della menomazione pregressa, sono state più gravose di quelle che si sarebbero verificate se la vittima fosse stata sana, e la preesistenza diviene giuridicamente rilevante. Ma sempre in questa ipotesi il danno non è nella sua interezza una conseguenza immediata e diretta del fatto illecito, ma lo è soltanto per la parte che si sarebbe ugualmente verificata anche se la vittima fosse stata sana. Per la parte restante, il danno è una conseguenza mediata, a cui hanno concorso sia l’illecito, sia le preesistenze; per questa parte, dunque, il danno, benché imputabile sul piano della causalità materiale, non è integralmente risarcibile, ai sensi dell’art. 1223 c.c. (Sentenza n. 15991 del 21/07/2011).

Nel caso di specie, vanno compiute le seguenti operazioni.

Occorrerà anzitutto determinare il grado percentuale di invalidità permanente della vittima dell’evento. Tale attività compete senz’altro al medico legale, che dovrà sempre e comunque, però, considerare e stimare l’invalidità concreta verificata in corpore, senza innalzamenti o riduzioni che esulano dall’attività richiesta all’ausiliario. A tal proposito la Corte rimarca come il compito di misurare l’incidenza della menomazione sulla vita della vittima, indicandola in punti percentuali, non sia che una modalità di misura del danno, che non può che avvenire al netto di qualsiasi valutazione giuridica circa l’area della risarcibilità, onde evitare che delle preesistenze si finisca per tenere conto due volte: dapprima ad opera del medico legale, quando determina il grado percentuale di invalidità permanente; e poi da parte del giudice, quando determina il criterio di monetizzazione dell’invalidità.

La stima del danno alla salute patito da chi fosse portatore di patologie pregresse richiede però che il medico legale fornisca una doppia valutazione: quella dell’effettivo grado percentuale di invalidità permanente di cui la vittima sia complessivamente portatrice all’esito dell’infortunio, valutato sommando tutti i postumi riscontrati in concreto di qualunque tipo e da qualunque causa provocati; l’altra, astratta ed ipotetica, pari all’ideale grado di invalidità permanente di cui la vittima era portatrice prima dell’infortunio, al netto dell’aggravamento.

Forniti tali indicatori, occorrerà una seconda operazione, ovvero la liquidazione del danno, riservata al giudice di merito. Ed è nella determinazione del risarcimento che si terrà conto, per l’appunto, delle preesistenze.

La stima in punti percentuali della invalidità complessiva dell’individuo andrà monetizzata; ugualmente la stima in punti percentuali della invalidità teoricamente preesistente all’illecito. La liquidazione sarà allora pari al delta tra le conseguenze complessivamente patite dalla vittima dell’infortunio, ovvero i postumi globalmente intesi, e le più lievi conseguenze dannose che la vittima avrebbe invece, teoricamente, dovuto tollerare a causa della sua patologia pregressa, se l’infortunio non si fosse verificato.

La pronuncia ha il merito di precisare che deve scongiurarsi l’eventualità che l’applicazione del criterio appena esposto possa però determinare esiti iniqui o paradossali, rimarcando che il criterio equitativo di cui all’art. 1226 c.c. consente sempre al giudice di merito di valorizzare opportunamente le particolarità del caso concreto. La rivendicazione del ruolo del giudice, e la contestuale delimitazione del ruolo del medico legale, è chiara nella enunciazione del principio di diritto che a riguardo recita: “resta imprescindibile il potere-dovere del giudice di ricorrere all’equità correttiva ove l’applicazione rigida del calcolo che precede conduca, per effetto della progressività delle tabelle, a risultati manifestamente iniqui per eccesso o per difetto”.

 

Pubblicazione a cura:
dell’ Avv. Ilaria Giove Senior Associate
Studio Legale FGA Ferraro Giove Associati 

 

 

Altri contenuti collegati: