Il chirurgo capo equipe risponde degli errori dei collaboratori come responsabile del “campo operatorio”.

La Suprema Corte è tornata recentemente ad occuparsi della responsabilità del chirurgo, capo equipe, per una garza lasciata del corpo del paziente, nonostante la conta delle garze avesse dato un risultato di parità al termine dell’intervento.

 

Il ricorrente (il chirurgo) assumeva che il conteggio delle garze è di esclusiva competenza infermieristica e che, a seguito del pieno riconoscimento della figura professionale operata dalle  leggi n. 42/1999 e n. 25/2000, l’infermiere ha totale autonomia nelle attività di propria competenza e autonoma posizione di garanzia verso il paziente.
Per tali ragioni, anche nell’ambito di una attività svolta in equipe, l’onere di vigilanza del chirurgo non può estendersi al minuto controllo dell’operato demandato ad altri professionisti, soprattutto in assenza di riconoscibilità dell’errore.

 

La Corte, partendo dall’esaminare la normativa sulle competenze via via attribuite nel tempo alla professione infermieristica, ne analizza l’ambito e la correlazione con gli obblighi rimessi al medico per il controllo e la vigilanza delle altre attività professionali svolte in un team chirurgico.

 

Le norme sulla figura professionale autonoma dell’infermiere. E’ indubbio che, a partire dal D.M. 739/1994 (Regolamento concernente l’individuazione della figura e del relativo profilo professionale dell’infermiere), si è delineata una nuova figura professionale non più relegata ad un ruolo subordinato e ausiliare del medico, ma dotata di autonome funzioni di assistenza alla persona ed al malato.

 

In particolare, il fondamento di una diretta posizione di garanzia dell’infermiere nei confronti del paziente è stato rinvenuto nell’art. 1 della L. 251/2000, per il quale “gli operatori delle professioni sanitarie dell’area delle scienze infermieristiche svolgono con autonomia professionale attività dirette alla prevenzione, alla cura ed alla salvaguardia della salute individuale e collettiva”, come successivamente integrata dagli artt. 1 e 6 del Codice Deontologico dell’Infermiere del 2009 per i quali, rispettivamente, “l’infermiere è il professionista sanitario responsabile dell’assistenza infermieristica” e “l’infermiere riconosce la salute come bene fondamentale della persona e interesse della collettività e si impegna a tutelarla con attività di prevenzione, cura, riabilitazione e palliazione”.

 

Equipe medica, rispettivi ruoli e responsabilità. Se le svariate norme di natura legislativa e regolamentare hanno consentito l’individuazione delle funzioni svolte in autonomia e quelle in collaborazione con il medico, è proprio quando l’attività dell’infermiere si intreccia con quella medica che la divisione delle competenze appare più sfumata e nascono questioni relative alle rispettive responsabilità.

 

E’ noto che tali situazioni possono verificarsi sia in ipotesi di responsabilità legate all’attività di reparto (es. per omesso avviso al medico in caso di aggravamento delle condizioni cliniche del paziente), sia in attività di équipe in senso stretto, quando cioè l’infermiere di sala o strumentista, sia inserito all’interno di un gruppo chirurgico.

 

È  proprio quest’ultima attività che si presta maggiormente ad essere fonte di responsabilità per l’infermiere in caso di dimenticanza all’interno del sito chirurgico di garze e taglienti.

La decisione in esame non pone dubbi sulla autonoma responsabilità dell’infermiere ferrista che ha errato nel conteggio delle garze, ma altrettanto afferma la responsabilità del chirurgo, e non solo per la sua posizione di vertice nell’equipe operatoria.

Il vademecum della Corte di Cassazione.
La Corte, anche richiamando la giurisprudenza formatasi in tema di responsabilità medica per le prestazioni svolte in equipe, ha infatti affermato che:

  • Il principio di affidamento, non vale per il chirurgo capo equipe (tra i precedenti, Cass. n. 33329/15, Cass. n. 48226/2012), al quale spetta sempre il controllo finale delle attività che coordina per la posizione di garanzia che assume nei confronti del paziente;

 

  • Il controllo sulle garze utilizzate nel corso dell’intervento chirurgico non è un’attività che la normativa attribuisce solo all’infermiere strumentista e che si esaurisce con l’obbligo di vigilanza che la relativa attività sia stata compiuta, ma un preciso compito del chirurgo perché inerente alla propria sfera di azione;

 

  • La colpa del chirurgo per la ritenzione di una garza o altro materiale nel corpo del paziente non è lieve ai sensi dell’art. dell’art. 3 della L. 189/2012.

Organizzazione del lavoro e tutela del paziente. Principio cardine da cui parte la decisione è che l’organizzazione del lavoro, pur presupponendo una divisione dei compiti, non può mai andare a discapito del paziente al cui bene ultimo è diretta l’attività e la collaborazione tra le varie competenze professionali. Tutti gli operatori che partecipano ad un intervento chirurgico devono quindi assicurare il dovuto controllo per scongiurare l’evento avverso.

Se il compito dell’infermiere ferrista è quello di eseguire l’esatta conta dei materiali chirurgici consegnati e ricevuti, il chirurgo ha il dovere di monitorare continuamente il campo operatorio sia nel corso che al termine dell’intervento. Tale dovere si riscontra primariamente in quanto legato alla sfera propria di azione: è il chirurgo che domina il campo operatorio ed è a lui che spetta primariamente il controllo che non ci siano materiali chirurgici ritenuti nel corpo del paziente.

Dovere di vigilanza e regole di condotta specifiche del capo equipe. La responsabilità attribuita al chirurgo non è quindi legata ad un semplice dovere di vigilanza dell’operato altrui, né tale dovere impone di sostituirsi materialmente all’infermiere nella conta delle garze, ma alla violazione di precisa regola di condotta che l’arte che professa gli attribuisce in funzione di quella posizione di garanzia assunta nei confronti del paziente.

Nel caso specifico la Corte, riscontrando che il chirurgo aveva mancato il controllo finale del campo operatorio, affidandosi esclusivamente ad un risultato di pareggio della conta delle garze, ha individuato una precisa violazione delle prescrizioni impartite dalla raccomandazione ministeriale n. 2/2008, che ha per destinatari tutti gli operatori sanitari coinvolti nelle attività chirurgiche, nessuno escluso.

Con riguardo poi alla specifica posizione di capo equipe (ruolo sempre ricoperto dal chirurgo operatore rispetto al personale infermieristico di sala, senza che possa entrare in gioco il limite della competenza altamente specialistica che condiziona la riconoscibilità dell’errore), la Corte ricorda che è il capo equipe che coordina e dirige le varie attività dirette al buon esito del trattamento chirurgico. Il controllo a cui sono tenuti i singoli membri dell’equipe pertanto si aggiunge, ma non può mai sostituirsi a quello ultimo a cui è tenuto il chirurgo sull’assenza di materiali all’interno del sito chirurgico.

Il medico in posizione apicale quindi risponde sempre delle conseguenze negative del trattamento sanitario svolto in equipe, sempreché ci sia stata la violazione di una regola cautelare e la prevedibilità di un evento avverso che proprio tale norma tendeva a scongiurare.

Afferma infine la Corte che il mancato controllo finale del sito chirurgico prima della sua chiusura, è una negligenza che non permette di qualificare la colpa come lieve ai sensi dell’art. 3 della l. 189/2012, perché l’imputato non si è attenuto al rispetto delle linee guida e buone pratiche.

Responsabilità del capo equipe e esenzione da responsabilità penale. Senza voler entrare nel più ampio discorso della graduazione della colpa, l’affermazione dell’assenza dei requisiti per applicare l’esenzione della responsabilità penale di cui all’art. 3 l. 189/2012, non consente a mio parere di qualificare tout court la condotta come inescusabile, con tutte le conseguenze che la dichiarazione di colpa grave dell’operatore comporta sul piano civilistico (speciale garanzia assicurativa personale, rivalsa della struttura sanitaria, etc.).

Tuttavia è vero che la negligenza per disattenzione, quand’anche non caratterizzata da trascuratezza, disinteresse e superficialità nei confronti del paziente, è giudicata più rigorosamente in attività non particolarmente delicate e complesse, o che non implichino valutazioni di scienza (anche infermieristica).

Sotto tale profilo, l’attività infermieristica sembra quindi maggiormente gravata dal rischio di incorrere, in caso di errore, in una pronuncia di colpa grave.

Avv. Elisabetta Pirani