In sintesi

L’esercizio della professione forense in forma di studio associato, alias associazione professionale, non preclude che l’associazione si ponga all’esterno come unico centro di imputazione di interessi, ma la responsabilità del professionista resta personale e illimitata, benché solidale, nei rapporti interni con lo studio legale n. 223/06», di Gianfranco CECCACI, Cristina RIGATO, Edizione anno 2007, FAG, Milano, pp. 388.

Introduzione

Già nel 1921 Piero Calamandrei, intitolava un saggio – per “I Quaderni della voce”[1] – “Troppi avvocati!” riferendosi peraltro a numeri assai meno importanti di quelli attuali.
Sicuramente, infatti, la professione è numericamente molto cresciuta negli ultimi decenni, ma soprattutto si è fortemente evoluta in termini organizzativi, assumendo, da questo punto di vista, forme giuridiche diverse, tra cui quella dello studio associato.
Ebbene, ci soffermeremo proprio sui profili di responsabilità e capacità giuridica.

L’art. 14 della L. 247/2012

Partiamo dall’art. 14, comma 2, della l. 247 del 2012 (Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense): «l’incarico per lo svolgimento di attività professionale è personale anche nell’ipotesi in cui sia conferito all’avvocato componente di un’associazione o società professionale. Con l’accettazione dell’incarico l’avvocato ne assume la responsabilità personale illimitata, solidalmente con l’associazione o la società».Tale disposto è perfettamente coerente con la norma, che a sua volta rispecchia il contenuto dell’art. 1228 c.c., costituita dall’art. 2232 c.c.

Quest’ultima prevedendo che il prestatore d’opera debba eseguire personalmente l’incarico assunto, ma possa tuttavia valersi, sotto la propria direzione e responsabilità, di sostituti e ausiliari, se la collaborazione di altri è consentita dal contratto o dagli usi e non è incompatibile con l’oggetto della prestazione stabilisce che l’utilizzazione dei collaboratori ha valore solo interno, in quanto, nei rapporti con i clienti, rimane responsabile a tutti gli effetti solo il prestatore d’opera intellettuale.

Tale articolo prevede, dunque, la responsabilità solidale del professionista ma nei soli rapporti interni, mantenendo quindi inalterata quella del prestatore d’opera intellettuale, pur in presenza di fatti dolosi o colposi dei suoi collaboratori: la responsabilità del professionista si giustifica, infatti, per il fatto che egli rimane, nonostante l’altrui collaborazione, l’unico interlocutore del cliente. Non si esclude, dunque, che, nei rapporti interni, il collaboratore possa essere chiamato a rispondere, nei confronti del professionista, dei danni da questo subiti e ricollegati alla sua condotta colposa nell’esecuzione dell’incarico affidatogli[2].
Pertanto, va comunque escluso che la prestazione professionale venga eseguita impersonalmente dallo studio, con la conseguenza di rendere possibile la richiesta di un risarcimento danni per inadempimento al patrimonio comune della società. Si tratta di stabilire quale professionista possa risponderne, tenendo presente che l’art. 2232 c.c. prevede esplicitamente che il prestatore d’opera debba eseguire personalmente l’incarico assunto. Ciò perché[3] la personalità è una delle caratteristiche più rilevanti dell’attività professionale. Quando si dice che il contratto d’opera è caratterizzato dall’ “intuitus personae”, lo si intende connotato dalla fiducia riposta dal cliente nelle capacità del professionista. Il presupposto della “personalità” è, infatti, talmente indispensabile, che la dottrina ritiene legittimo parlare di “obbligazione di fare infungibile”[4], poiché per il fruitore della prestazione è essenziale la persona del prestatore d’opera, di cui apprezza e sceglie la capacità, potendo il cliente rifiutare l’adempimento del terzo; la violazione di questo principio giustifica l’operatività della disciplina dell’inadempimento.

[1] Coll. Quaderni della Voce, 46 – Serie Quarta. Prima edizione, Firenze, 1921, p. 214.
[2] Si veda, ex multis, Cass., sez. III, 13 marzo 1998, n. 2750.
[3] Si veda «Studi Associati e società tra professionisti: le nuove società interdisciplinari dopo il D.L. Bersani n. 223/06», di Gianfranco CECCACI, Cristina RIGATO, Edizione anno 2007, FAG, Milano, pp. 388.
[4] Giacobbe G., voce Professioni intellettuali, in Enciclopedia del diritto, XXXVI, Giuffrè, 1987, 1074.

Conseguentemente è palese la relazione che intercorre fra personalità delle prestazioni e fiducia (e dunque responsabilità) nella disciplina del rapporto[1].

La dottrina

In merito proprio alla responsabilità, parte della dottrina[2] prendendo ad esempio il “classico” caso di ciò che si verifica spesso negli studi associati, o all’interno di società tra professionisti  parla di un tipico “escamotage giuridico”: un’obbligazione unica ma soggettivamente complessa, caratterizzata da una complessità di obbligazioni individuali con più soggetti tenuti, in cui dunque avremo un unico incarico conferito a due o più professionisti e ognuno sarà tenuto alla sua esecuzione alla stessa identica stregua degli altri. Caso diverso da quello di più incarichi affidati a professionisti diversi: in questa circostanza l’obbligazione non è unica, ma si ha una pluralità di rapporti e di esiti, come appunto il mandato conferito disgiuntamente e separatamente a due professionisti, in modo che ognuno ne risponda in proprio e fornisca autonomamente le proprie prestazioni intellettuali.  Ma facciamo prima un breve exursus normativo[3].

Prima della Legga Bersani

Antecedentemente all’entrata in vigore della L. 7.8.97 n. 266 (c.d. Legge Bersani), l’esercizio in forma associata delle professioni intellettuali c.d. “protette”, come quella forense, era prevista dalla L. 23.11.39 n. 1815 che disciplinava gli “studi associati di assistenza e di consulenza”. La norma era costituita fondamentalmente da due principi-base, ovvero in sintesi l’obbligo di ricorrere alla forma dello “studio associato” insieme all’obbligo di comunicazione agli Ordini (art. 1) e il divieto di adottare la forma societaria o altre forme diverse (art. 2.)
Tali principi erano animati dall’obiettivo del legislatore di evitare che la struttura societaria fungesse da schermo per persone non abilitate all’esercizio dell’attività.
In particolare, per ciò che a noi più interessa, l’esercizio delle professioni intellettuali “protette” in forma societaria sembrava contrario a due principi essenziali, ossia al compenso adeguato al “decoro” professionale ex art. 2233 c.c. e soprattutto al carattere rigorosamente personale della prestazione ex art. 2232 c.c.
Quanto previsto dalla L. 1815/39 aveva in realtà sollevato vere e proprie perplessità in merito alla sua legittimità costituzionale.  Si sosteneva, infatti, che il legislatore aveva errato omettendo di sancire la legittimità dell’esercizio dell’attività professionale anche in una forma collettiva, differente da quella dello studio associato, nel caso in cui venissero rispettate le cautele formali imposte dalla legge. Parte della dottrina e della giurisprudenza, infatti, ritenevano ad ogni modo possibile scardinare il rigore del divieto imposto dalla norma, nel caso di esercizio dell’attività forense in forma di società semplice[4]. Altra parte della dottrina, invece, sosteneva l’inammissibilità delle società tra professionisti[5].

Con la Legge Bersani

Successivamente, con l’art. 24 della L. 266/97 (Legge Bersani) si è abrogato l’art. 2 della L. 1815/39. Il comma 2 del citato art. 24 avrebbe demandato al Ministero di Grazia e Giustizia – di concerto con il Ministero dell’Industria, del Commercio e dell’Artigianato e, per quanto di competenza, con il Ministero della Sanità – l’emanazione di un decreto che avrebbe dovuto disciplinare una volta per tutti requisiti per l’esercizio dell’attività professionale in forma societaria

[1]  Si veda “La prestazione d’opera intellettuale del professionista forense e la sua responsabilità per il fatto di ausiliari e sostituti”, di  Francesca ARFELLI, Editore Key, 2006.
[2] Si veda ancora «Studi Associati e società tra professionisti: le nuove società interdisciplinari dopo il D.L. Bersani n. 223/06», di Gianfranco CECCACI, Cristina RIGATO, Edizione anno 2007, FAG, Milano, pp. 388.
[3] Si veda “Professionisti individuali, associazioni e società”, L. Fornero, M. Meoli, G. Valente, Ipsoa, Milano, 2008, pp. 215-216.
[4] In tal senso, Di Sabato F. “Manuale delle società”, Torino, 1995, p. 27; Ferrara F., Corsi F. “Gli imprenditori e le società”, Milano, 1996, p. 278. Aperture in tal senso in Marasà G. “Le società, Società in generale”, in Trattato di diritto privato a cura di Iudica G. e Zatti P., Milano, 2000, p. 213, ove ampia bibliografia. E per la giurisprudenza si veda, ex multis, App. Milano 27.5.88, in Le Società, 1988, p. 1042.
[5] Ferri G. “Le società”, in Trattato di diritto civile diretto da Vassalli, X, Torino, 1985, p. 48 ss., il quale osserva che la personalità dell’incarico del professionista (art. 2232 c.c.) sarebbe inevitabilmente distorta per effetto dell’utilizzo dello strumento societario. Tale posizione è ribadita in Ferri G. “Diritto commerciale”, Torino, p. 238. Cfr., anche, Auletta G., Salanitro N. “Diritto commerciale”, Milano, 2001, p. 268, secondo il quale appare incerta l’ammissibilità di società semplice di professionisti; Campobasso G.F. “Diritto commerciale”, 2, Diritto delle società, Torino, 1998, p. 20, ove si specifica che l’incompatibilità fra schema societario e impresa riguarda sia le società di persone sia quelle di capitali. Aperture sono state espresse da Cottino G. “Diritto commerciale”, I, II, Padova, 1994, p. 64.

 

La situazione odierna

Tale decreto,però,  non è stato pubblicato e, dunque, ad oggi, la normativa sugli studi associati è posta all’interno dell’art. 1 della L. 1815/39.
Venendo proprio all’aspetto che in questa sede a noi più interessa, la prerogativa dell’associazione professionale è costituta dalla possibilità prevista per ogni singolo avvocato di poter procedere sia alla stipula che all’esecuzione del contratto[1]. Quanto detto si spiega considerando che la giurisprudenza[2] ha riconosciuto all’associazione professionale e al suo membro, un potere di rappresentanza reciproco, che fa sì che l’associato con cui si conclude il contratto possa obbligare tutti gli altri alla sua esecuzione, nonché  garantire il cliente in merito alla possibilità di adempiere l’obbligazione effettuando il pagamento a uno qualsiasi degli associati[3].
Dunque, lo studio associato all’esterno si pone come un unico centro di imputazione di interessi, a cui è destinato il corrispettivo dell’obbligazione assunta, e la prestazione può essere indifferentemente effettuata da un qualunque membro, poiché il contratto d’opera intellettuale coinvolge, in questo determinato caso, due parti: il cliente e i professionisti riuniti nell’associazione.
Nonostante qualche precedente contrario[4] – che dalla personalità della prestazione[5]  fa discendere la negazione della soggettività dello studio associato – questo è comunque considerato fra quei fenomeni di aggregazioni di interessi ai quali la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomo centro di imputazioni di rapporti giuridici[6].

La sentenza n. 3420 del 14.02.2014

Ma tale approccio giurisprudenziale, come anticipato, si è consolidato solo di recente[7] con una sentenza della Corte Suprema di Cassazione, sez. III, n. 3420 del 14.02.2014, peraltro con precise restrizioni, che pur affrontando la legittimazione dello studio rispetto ai crediti, offre una panoramica sulla sua considerazione come centro di imputazione di interessi. Questa la massima: “Sussiste la legittimazione attiva dello studio professionale associato rispetto ai crediti per le prestazioni svolte dai singoli professionisti a favore del cliente conferente l’incarico, ove il giudice accerti che gli accordi tra gli associati attribuiscono allo studio medesimo la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità dei rapporti, poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati.”
Gli Ermellini, affrontando la questione a lungo discussa  sul se  un’associazione professionale fosse autonomamente legittimata ad agire in giudizio per la riscossione dei compensi dovuti a fronte di prestazioni rese dai singoli che ne fanno parte, tornano a dibattere sull’autonomia e la capacità giuridica dello studio associato come centro di interessi.
Fermo restando che, in giurisprudenza e in dottrina, l’incertezza non sussiste in ordine ad altri aspetti, al di fuori del contratto d’opera professionale intercorrente tra cliente e professionista – che dunque non comportino la personalità della prestazione[8] – tale sentenza, ponendosi nel contesto di una giurisprudenza molto ondivaga, riepiloga in primis i tre diversi orientamenti in materia.

Il primo orientamento

Ebbene, secondo una prima tesi sostenuta dalla giurisprudenza di legittimità con sentenza n. 4628/1997, lo studio professionale costituisce un’aggregazione di interessi, cui la legge riconosce la capacità di porsi come autonomo centro di imputazioni di rapporti giuridici.

[1] Relativamente al contratto stipulato dalle associazioni tra professionisti, si veda, Fusaro A. “Disciplina giuridica degli studi di assistenza e consulenza”, in Nuova giur. civ. comm., 1985, II, p. 88.
[2] Cass. 21.11.79 n. 6065, in Foro. it. rep., 1979, voce “Professioni intellettuali” n. 19, p. 2115 e nella giurisprudenza di merito, Trib. Milano 9.2.81, in Giur. it., 1982, I, 2, p. 572.
[3] Secondo Rescigno M. “Le società di professionisti”, Milano, 1985, p. 67, gli studi associati contrattano come studi con il cliente “(…) e non danno luogo ad una serie di rapporti singoli tra professionista e cliente (…)”.
[4] Cass. 22404 /2004 e Cass. 4868/82.
[5] Si veda “Tendenze del diritto privato in prospettiva comparatistica” di Andrea Fusaro, Giappichelli Editore, 2015, p. 504.
[6] Si veda sentenza del Tribunale di Milano del 2 novembre 2005 e si veda “la natura giuridica delle associazioni professionali nella giurisprudenza” in nuova giur civ. comm. 2011, II, p.559.
[7] Giovanni Musso Piantelli, Nota a Corte Suprema di Cassazione, sez. III, n. 3420 del 14.02.2014, da diritto.it
[8] Si veda la nota dell’Ufficio Studi del Consiglio Nazionale del Notariato, in risposta a Quesito n. 11- 2008/I.

 

Di conseguenza lo studio legale è dotato di capacità di stare in giudizio in persona dei suoi componenti o di chi comunque ne abbia la rappresentanza legale ex art. 36 [“lo studio professionale associato, quantunque privo di personalità giuridica, si presenta come centro di imputazione di rapporti giuridici, distinto dai suoi componenti ed, appunto perciò, dotato di rilevanza esterna. Rientra pertanto, a pieno titolo fra quei fenomeni di aggregazione di interessi cui la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomo centro di imputazione di rapporti giuridici, perciò dotati di capacità di stare in giudizio come tali, in persona dei loro componenti o di chi ne abbia la rappresentanza legale”.],

Non a caso, per questo orientamento, lo studio associato è considerato alla stregua di “società personali, associazioni non riconosciute, condomini edilizi, consorzi con attività esterna e gruppi europei di interesse economico di cui anche i liberi professionisti possono essere membri”, salvo precisare che “Quanto appena osservato, beninteso, non significa che uno studio professionale associato possa legittimamente sostituirsi ai singoli professionisti nei rapporti con la clientela, ove si tratti di prestazioni per l’espletamento delle quali la legge richiede particolari titoli di abilitazione di cui soltanto il singolo può essere in possesso. Significa solo – giova ripeterlo – che allo studio associato, essendone riconosciuta dalla legge la configurabilità (sia pure a determinare condizioni ed in determinate forme), non può essere negata in termini generali la capacità di essere titolare di diritti ed obblighi, né di conseguenza, al capacità di stare in giudizio per quanto attiene a tali diritti ed a tali obblighi.”

A detto precedente hanno fatto seguito in senso conforme Cass. n. 15694/2011, Cass. n. 17683/2010, Cass. n. 22439/2009 e Cass. n. 24410/2006.

Il secondo orientamento

Un secondo orientamento, opposto al primo, ritiene, invece, che lo studio professionale non possa beneficiare di legittimazione attiva nei confronti di terzi, riconosciuta esclusivamente ai singoli professionisti di cui si compone lo studio [“i professionisti possono legittimamente associarsi per dividere le spese del proprio studio e gestire congiuntamente i proventi della propria attività, ma “….ciò non vale a trasferire all’associazione professionale la titolarità del rapporto di prestazione d’opera e non produce, quindi, la perdita della legittimazione attiva dei singoli professionisti nei confronti del cliente (si veda Cass. n. 13142/2003; Cass. n. 79/1993 e n. 1405/1989)”].
Oltre i precedenti citati, è inoltre interessante la sentenza della Suprema Corte n. 15633/2006 che  precisa: “E’ infatti costante l’orientamento, assolutamente condivisibile, di questa Corte, secondo cui l’associazione tra professionisti non è configurabile come centro di imputazione di interessi né come ente collettivo, con autonomia strutturale e funzionale; essa non può pertanto sostituirsi ai suoi aderenti e non assume la titolarità dei rapporti con i clienti, che continua a gravare sugli associati“. In questo contesto si è inserita anche la risposta dell’Ufficio Studi del Consiglio Nazionale del Notariato, al Quesito n. 11-2008/I, ricordando chi ritiene lo studio professionale “un fascio di rapporti obbligatori interni tra gli associati, una somma di obbligazioni solidali nei confronti dei terzi, una situazione di comproprietà per quanto concerne i beni acquistati, priva quindi di rilevanza esterna.”

Il terzo orientamento

Un terzo orientamento, intermedio, sposato dalla Corte nella sentenza 3420 del 14.02.2014, sostiene che lo studio professionale può godere della legittimazione in esame purchè soddisfi la seguente condizione: gli accordi tra gli associati devono prevedere che lo studio stipuli per sé contratti e acquisti la titolarità di rapporti giuridici nei confronti dei terzi (circostanza che verrà demandata all’esame del giudice di merito, caso per caso) [“l’art. 36 cod. civ. stabilisce che l’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati, che ben possono attribuire all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità di rapporti, poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati.”].

Tale applicazione analogica dell’art. 36 si giustifica considerando che spesso, come taluni ritengono[1] , l’associazione non riconosciuta “accorda cittadinanza alle forme più varie, e si mostra rispettosa della loro specificità, escludendo il meccanico travaso di alcuna disciplina precostituita.”
La sentenza appare sulla stessa lunghezza d’onda di un altro precedente della Corte – n. 15694/2011 – secondo cui  considerare il fenomeno associativo fra professionisti “univocamente finalizzato alla divisione

[1] Fusaro A., “Natura giuridica e disciplina dello studio professionale associato”, nota a Cass. n. 4032/1991, Giur. It., 1991, I, 1, 1329.

delle spese ed alla gestione congiunta dei proventi” e “inidoneo ad attribuire all’associazione la titolarità di un rapporto professionale”, “non è in linea (né) con la normativa vigente, atteso che l’art. 36 c.c., stabilisce che l’ordinamento interno e l’amministrazione delle associazioni non riconosciute sono regolati dagli accordi tra gli associati”.

In questa decisione, lo studio professionale sembra essere considerato alla stregua di un’ “associazione che non ha il riconoscimento dell’autorità amministrativa, perché non lo ha chiesto o perché le è stato negato[1][…]Da ciò deve dunque desumersi che è ben possibile che […] gli associati possano aver negozialmente attribuito all’associazione la legittimazione a stipulare contratti e ad acquisire la titolarità di rapporti, poi delegati ai singoli aderenti e da essi personalmente curati.”

Riflessioni

Si noti come tra i tre orientamenti, che sintetizzano quale sia stata l’evoluzione giurisprudenziale sul tema, quello più destabilizzante in tema di certezza giuridica sia l’ultimo, poiché demanda caso per caso all’autorità giudicante l’esame delle singole questioni, con ogni conseguente imprevedibilità.

La sentenza del 17.2.2016 n. 3128

Ad ogni buon conto, si evidenzia la recente sentenza della Corte di Cassazione, sezione I, del 17 febbraio 2016, n. 3128, ove si rileva, a contrariis, come i Giudici di Piazza Cavour condividano il primo orientamento poiché stabiliscono – benché il solo fatto di essersi costituiti in ‘studio associato’ da parte di più professionisti non comporti l’automatica legittimazione dell’associazione ad agire in giudizio per ottenere il pagamento di crediti professionali – che con la prova del conferimento del mandato professionale allo “studio” le prestazioni devono ritenersi a lui riconducibili  e non ai singoli professionisti che le hanno effettuate. Detta sentenza si pone, del resto, in linea coerente con un precedente della Corte del 13.4.2007 (la sentenza n. 8853), ove è stato precisato che gli studi professionali associati, pur se privi di personalità giuridica, fanno parte di quei fenomeni di aggregazione di interessi ai quali la legge attribuisce la capacità di porsi come autonomi centri di imputazione dei rapporti giuridici. Conseguentemente, sono dotati della capacità di stare in giudizio nella persona dei loro componenti o di chi, comunque, ne abbia la legale rappresentanza.
Ne discende, secondo tale sentenza, che i singoli professionisti componenti  possano agire in nome e per conto del gruppo anche in assenza di delega scritta, purchè sia portata a conoscenza dei terzi interessati la circostanza che si agisce come mandatari di un soggetto diverso (lo studio professionale).

[1]Si veda “Diritto privato”, di V. Roppo, Torino 2010, 165.

Avv. Micol Fischetti