In presenza di clausola di regolazione il premio assicurativo è soggetto ad elementi di rischio variabili. Nel contratto è indicato un premio minimo, fissato in via provvisoria ed anticipata in un importo determinato, il quale alla fine del periodo assicurativo è regolato definitivamente sulla scorta dei dati variabili che l’assicurato si obbliga a comunicare all’assicuratore.
La ratio della clausola è evidentemente quella di creare un meccanismo che consenta l’adeguamento del premio all’effettivo rischio che l’assicuratore non era in grado di stabilire al momento della sottoscrizione del contratto o dell’inizio del periodo assicurativo.
La polizza nasce quindi con l’indicazione di un premio che deve essere pagato anticipatamente, senza di che l’assicurazione non diviene operativa, e di un premio eventualmente dovuto a conguaglio.
La validità di questo tipo di clausola è stata riconosciuta dalla giurisprudenza della Suprema Corte a partire da una risalente decisione del 1970.
L’originaria interpretazione si è consolidata attraverso successive decisioni, le quali, partendo dal carattere accessorio della clausola di regolazione del premio, hanno dichiarato la legittimità della sospensione della garanzia assicurativa nell’ipotesi di mancata comunicazione dei dati variabili, ritenendo l’obbligo di denuncia di questi elementi complementare all’obbligazione di pagare il premio all’inizio del periodo assicurativo (Cass. 2 marzo 1978 n. 1044; 25 giugno 1985, n. 3817; 30 ottobre 1990, n. 10527; 23  maggio  1997  n. 4212; 19  dicembre 2003, n. 19561; 6 maggio 2004, n. 8609; 4 ottobre 2004, n. 19837) e, di nuovo, la legittimità della stessa sospensione in caso di omissione delle dovute comunicazioni all’assicuratore (sentenza 4 marzo 1987, n. 2256).
La dottrina ha invece, sin dall’inizio, espresso parere discorde, sia con riferimento all’assunto secondo cui la mancata comunicazione dei dati variabili costituisse una obbligazione accessoria al regolamento del premio, sia in relazione all’affermazione che la violazione dell’obbligo di pagamento del conguaglio si risolvesse nell’inadempimento dell’obbligazione principale di pagamento del premio, dalla quale era fatta derivare la sospensione della copertura assicurativa ai sensi dell’art. 1901 c.c.
Con la sentenza del 18 febbraio 2005 n. 3370 la Suprema Corte ha tuttavia operato un radicale ripensamento in ordine alle conseguenze dell’inadempimento degli obblighi che la clausola di regolazione impone all’assicurato, basato sulla recisione del legame tra siffatta clausola ed – appunto – l’ art. 1901 c.c.
La terza sezione della Corte di Cassazione, con la citata sentenza, ha enunciato al riguardo due principi: a) nel contratto di assicurazione con clausola di regolazione del premio quello della comunicazione dei dati variabili non è un obbligo complementare o accessorio che segue le sorti del mancato pagamento del premio iniziale, perché questo è stato già pagato e perché la comunicazione dei dati variabili ed il pagamento del premio definitivo potrebbero non essere dovuti in caso di saldo negativo del computo; b) la violazione dell’obbligo della comunicazione è estranea alla disciplina dell’art. 1901 comma 1 c.c.
La decisione ha diffusamente esaminato la questione dei rapporti fra la sospensione della garanzia assicurativa, indicata dalla norma citata, e quella nascente da clausola convenzionale di regolazione del premio  ed  ha ritenuto –  in conclusione – che le due ipotesi siano diverse e non riconducibili ad unità. Presupposto della prima è il mancato pagamento del premio; presupposto della sospensione convenzionale, invece, è l’avvenuto pagamento della parte fissa di premio assicurativo e la mancata comunicazione degli elementi variabili necessari a determinare la quota integrativa del premio stesso. Quanto alla ritenuta natura complementare ed accessoria dell’obbligazione di pagamento del premio, la sentenza ha ritenuto che si tratti di una forzatura inaccettabile sul piano logico e giuridico, perché tra comunicazione e pagamento del premio non esiste una necessaria e costante correlazione, poiché, in assenza di variazioni, la prima potrebbe non comportare alcun onere economico per il contraente.
L’inadempimento dell’obbligazione di comunicare gli elementi variabili si configura, invece, come violazione di un diverso obbligo pattizio, estraneo al modello dell’art. 1901 c.c.
In conclusione, la clausola di regolazione del premio non riproduce lo schema dell’art. 1901 c.c. e non ne rappresenta una declinazione.
Con la sentenza n. 4631/2007 pronunciata a sezioni unite al fine di comporre il contrasto ermeneutico insorto anche a seguito di Cass. 18 febbraio 2005 n. 3370, la Corte suprema ripropone notevoli spunti di indagine circa la definizione dell’ambito applicativo della norma di cui all’art. 1901 comma 1, c.c.
Ritengono le sezioni unite che il contrasto riguardante l’inquadramento degli obblighi a carico dell’assicurato in presenza di clausola di regolamento del premio assicurativo si debba risolvere aderendo all’impostazione data dalla sentenza n. 3370/2005, tuttavia con alcune importanti precisazioni.
La natura accessoria della clausola in argomento, dalla quale la giurisprudenza maggioritaria ha fatto dipendere l’applicazione dell’art.  1901  c.c.  ed  il meccanismo   della   sospensione  della garanzia, non può non tenere conto del vantaggio che entrambe le parti del contratto ricavano dalla clausola di regolamento convenzionale del premio.
La regola pattizia in questione deve conseguentemente essere interpretata come strumento di tutela per entrambe le parti del contratto.
La sentenza n. 3370/2005 ha avuto il merito, affermano le sezioni unite, di aver fatto uscire la clausola di regolazione del premio dall’ombra in cui era stata relegata quando ne era stata messa in evidenza la natura favorevole per il solo assicuratore (ovvero nei casi in cui il pagamento del conguaglio non veniva fatto ed in quelli in cui, essendo certo il pagamento della parte fissa del premio, risultava inadempiuta l’obbligazione di comunicare i dati variabili).
La clausola gode invece di una sua autonomia: la conoscenza degli elementi variabili conseguita dall’assicuratore fa nascere tra le parti un rapporto che può determinare una posizione debitoria o creditoria dell’assicurato, secondo lo scarto in più o in meno rispetto all’ipotesi preventiva.
Nel secondo caso, la mancata comunicazione dei dati variabili non comporta alcun inadempimento all’obbligo di pagare il premio assicurativo (nel senso ipotizzato dall’art. 1901 c.c.) e dunque non comporta la sospensione della garanzia assicurativa.
Nel caso di eccedenza del dato variabile, il comportamento dell’assicurato può invece risolversi nell’inadempimento di un obbligo convenzionalmente stabilito, ma deve essere valutato in concreto con il parametro della buona fede nell’esecuzione del contratto; ciò equivale a dire che, per esprimere un giudizio di inadempimento, è necessario individuare quali siano i suoi effettivi obblighi giuridicamente rilevanti, tenendo conto anche del tempo in cui il comportamento doveva essere tenuto.
La clausola di adeguamento del premio, quindi, non deve essere interpretata nel senso formale, secondo cui il verificarsi degli eventi in essa previsti giustifica la sospensione della garanzia assicurativa.
La chiave interpretativa della clausola, e dunque la soluzione offerta dalle sezioni unite, risiede nella valutazione in concreto della buona fede quale criterio orientativo fondamentale ed indispensabile per la valutazione delle conseguenze dell’inadempimento dell’assicurato agli obblighi pattizi.
Si può quindi riassumere che l’anticipazione del pagamento rappresenti il criterio regolatore del rapporto premio – prestazione, visto che, in assenza del primo, l’assicurazione non acquista operatività; d’altronde, soltanto attraverso il versamento anticipato l’impresa ottiene la garanzia di poter esattamente adempiere ai propri obblighi.
Proprio allo scopo di rispettare l’esigenza tecnico-assicurativa posta alla base dell’anticipazione del premio, i contraenti possono stabilire che una sua ‘quota’ venga pagata all’atto della stipulazione del contratto, in via provvisoria ed in misura definitiva ed invariabile, mentre quella (eventualmente) rimanente venga ad essere determinata sulla base delle variazioni intervenute negli elementi “variabili” o “fluttuanti”.
Tale meccanismo richiede, per il suo funzionamento, la cooperazione dell’assicurato, il quale è l’unico soggetto a conoscenza delle fluttuazioni (e della loro entità) dalle quali deriva l’adeguamento del premio al rischio effettivo.
Non è quindi è corretto, come invece affermava la precedente giurisprudenza di legittimità, ricondurre ad unità le ipotesi di mancato pagamento del premio, espressamente prese in considerazione dall’art. 1901 c.c. e quelle di inadempimento degli obblighi derivanti dalla clausola di regolazione.
Si riconosce invece autonomia alla regolazione pattizia rispetto alla vicenda del mancato pagamento del premio disciplinata dalla norma codicistica.
L’adempimento dell’assicurato (dell’obbligo pattiziamente assunto con la sottoscrizione della clausola) rappresenta ‘adempimento di una obbligazione civile diversa’ da quelle indicate nell’art. 1901 c.c. e, come tale, deve essere valutata “tenendo conto del comportamento di buona fede tenuto dalle parti nell’esecuzione del contratto, del tempo in cui la prestazione è effettuata e dell’importanza dell’inadempimento”.
Su questo versante è evidente il superamento anche della posizione di Cass. n. 3370/2005, che aveva operato un riequilibrio di posizioni a favore dell’assicurato sul versante della vessatorietà della clausola, senza però incidere, laddove la clausola fosse stata sottoscritta, sulle conseguenze dell’inadempimento degli obblighi previsti nella clausola di regolazione.
Non è dunque più possibile ritenere legittima la sospensione della garanzia in presenza di elementi variabili dai quali non risulti la necessità di un’integrazione di premio da parte dell’assicurato e neppure laddove la variazione sia così lieve da non giustificare, appunto secondo il principio della buona fede, il rifiuto, da parte dell’assicuratore, della propria prestazione.
A tale proposito, sebbene le Sezioni Unite si siano limitate ad evocare la buona fede (oggettiva) quale “leale ed onesto comportamento che le parti debbono tenere nell’esecuzione del contratto in una valutazione equilibrata del termine dell’obbligazione e dell’interesse creditore della compagnia”, è evidente che – nel menzionare la valutazione equilibrata del termine dell’obbligazione e dell’interesse creditorio dell’impresa – il riferimento non può  essere che a quella stessa buona fede,metro valutativo del legittimo esercizio dell’eccezione di inadempimento di cui all’art. 1460, comma 2, c.c.
L’inadempimento da parte dell’assicurato ad uno degli obblighi previsti dall’accordo di regolazione e quello in risposta dell’assicuratore, ovvero il rifiuto di prestare la garanzia contrattualmente dovuta, rappresentano una tipica situazione di ‘reciprocità di inadempimenti’, ricadente nell’ambito dell’art. 1460 c.c., comma 2, il quale impone che il rifiuto di eseguire la prestazione non sia contrario a buona fede.
E’ quindi quest’ultimo principio a dominare la materia, imponendo la valutazione dell’inadempimento, sino al punto da poterlo ritenere giustificato.
In applicazione del detto principio si può allora ritenere che, a fronte di una omessa comunicazione di elementi tali da non comportare regolazione del premio, l’assicuratore sarà comunque tenuto a prestare la garanzia; che in presenza dell’inadempimento dell’obbligo di comunicare dati variabili da cui risulti una variazione in aumento del premio, laddove questa sia di lieve entità, l’assicuratore possa eventualmente pretendere l’adempimento della prestazione pecuniaria dovuta, e che invece, ove questa sia di maggiore rilevanza, possa ipotizzarsi una riduzione proporzionale della somma da corrispondere a titolo di indennità; infine che in caso di mancato pagamento di una rilevante quota variabile del premio, conseguente ad una elevata fluttuazione annuale dei dati variabili, possa pervenirsi anche alla sospensione della garanzia assicurativa, vista la grave alterazione della funzione della riscossione del premio nell’ambito dell’operazione assicurativa.
In conclusione non può prescindersi da una valutazione comparativa del comportamento dei contraenti con il metro della buona fede oggettiva.
In applicazione del principio diritto sancito dalle Sezioni Unite quelle semplici sono tornate a pronunciarsi sulla clausola di regolazione. Tra le più recenti ricordiamo la sentenza del 19 dicembre 2013 n. 28472 in cui la terza sezione afferma costituire principio oramai consolidato che nei contratti di assicurazioni a premio variabile “l’obbligo dell’assicurato di comunicare periodicamente all’assicuratore le variazioni dei dati rilevanti ai fini dell’integrazione del premio costituisce oggetto di un’obbligazione civile diversa da quella indicata nell’art. 1901 c.c., il cui inadempimento non comporta l’automatica sospensione della garanzia, ma può giustificare un tale effetto solo in base ai principi generali in tema di importanza dell’inadempimento e di buona fede nell’esecuzione del contratto”.