Lo studio FGA ha ottenuto dal Tribunale di Roma, con la sentenza n. 957 pubblicata il 15 gennaio scorso, la  condanna della parte attrice di una causa di Responsabilità notarile al pagamento di una somma di denaro ex art. 96 c.p.c. (condanna per lite temeraria), commisurata nel triplo delle spese di lite liquidate.

Nessuna negligenza professionale.

Il giudice monocratico ha ritenuto manifestamente infondate le doglianze nei confronti del notaio convenuto, accusato di non aver identificato secondo canoni di diligenza professionale il mutuatario, munito, in sede di stipula di un mutuo con garanzia ipotecaria, di un documento d’identità falsificato.

Dagli atti allegati in causa si riscontra, al contrario, una responsabilità diretta dell’istituto di credito. Infatti, il mutuatario era da tempo cliente della banca erogatrice, presso la quale era titolare di un rapporto di conto corrente, il tutto rafforzato da numerose attività bancarie, compiute sempre tramite la medesima identità e firma. Inoltre, il rogito fu effettuato nei locali della banca e, non ultimo, la documentazione di stipula fu inviata per il tramite di un avvocato, che aveva già proceduto all’identificazione delle parti.

La funzione punitiva dell’ordinamento per azioni pretestuose all’interno del processo civile.

Di recente, la sentenza n. 16601/2017 dei giudici di Cassazione ha sancito l’apertura del nostro ordinamento civilistico verso una prospettiva polifunzionale, cui appartengono, senza mezzi termini, le finalità deterrente e sanzionatoria.

Già con la sentenza n. 9100/2015 la Suprema Corte aveva affermato, in modo perentorio, la compatibilità della funzione punitiva, in ambito civile, con i principi del nostro ordinamento costituzionale; evidenziando che, da parte del legislatore, «negli ultimi decenni sono state qua e là introdotte disposizioni volte a dare un connotato lato sensu sanzionatorio al risarcimento».

L’art. 96 c.p.c., su cui si basa la sentenza per lite temeraria in commento (così come, fra le tante, la sentenza del Tribunale di Teramo n. 625/2013), figura proprio fra queste norme di recente introduzione, volte a punire comportamenti illeciti all’interno del processo.

L’importante sentenza della Corte Costituzionale.

Anche la nostra giurisprudenza costituzionale si è espressa sul tema. La Consulta, con la sentenza n. 152/16 sulla questione di legittimità costituzionale dell’art 96 c.p.c., ha stabilito la natura «non risarcitoria (o, comunque, non esclusivamente tale) e, più propriamente, sanzionatoria, con finalità deflattive» di questa disposizione, che introduce, dunque, una pena privata di tipo processuale.

L’azione pretestuosa è sanzionata economicamente.

La sua finalità afflittiva emerge vigorosa quando la sanzione determina un detrimento dello status patrimoniale del soggetto sanzionato (e, conseguentemente, un lucro per il beneficiario), idoneo a condurlo in una situazione economica deteriore rispetto a quella in cui egli si sarebbe trovato se non avesse esercitato l’azione giudiziaria in modo manifestamente pretestuoso, quindi con dolo o colpa grave.

La portata deterrente si scorge, invece, nella potenzialità dissuasiva sottesa ad ogni sanzione afflittiva, la quale, tramite il timore della sua irrogazione, rende sconveniente ai consociati il porre in essere condotte contrarie al diritto.

Dispiace che il giudice monocratico di questa sentenza non si sia cimentato in un’ampia motivazione della condanna ex art. 96 c.p.c., non tanto per il controllo di merito di tale decisione, ma piuttosto per conoscere il ragionamento logico sotteso alla determinazione del quantum della condanna, al fine di poterne apprezzare la portata innovativa e la conformità ai principi generali.

Ulteriori riflessioni sul caso specifico.

Probabilmente, maggior attenzione poteva essere data a due aspetti di grande interesse:

1) all’elemento soggettivo della condotta sanzionata, dovendo questa essere caratterizzata – come sopra – dal dolo o, quantomeno, dalla colpa grave;

2) alla quantificazione della condanna, che deve essere idonea non solo a punire il suo destinatario, ma anche a farlo in modo esemplare, di guisa da rendere effettive sia la punizione che la deterrenza.

Questa pronuncia del Tribunale di Roma merita dunque particolare risalto in quanto si colloca sulla scia della citata giurisprudenza della Corte di Cassazione; sempre più incline a riconoscere, all’interno degli istituti di diritto civile, una funzione sanzionatoria, eccedente quella risarcitoria, in modo da conferire maggiore effettività all’ordinamento giuridico.