SENTENZA CASS. 20197/28991: onere della prova del nesso causale nella responsabilità sanitaria

SENTENZA CASS. 20197/28991: onere della prova del nesso causale nella responsabilità sanitaria

La Cassazione ribadisce che l’accertamento della responsabilità contrattuale del sanitario necessita da parte del danneggiato di prova del nesso di causalità fra  l’aggravamento  della  situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie e la condotta del sanitario; è invece onere di quest’ultimo, per andare assolto, provare che l’inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione a lui non imputabile.

CASSAZIONE n. 28991 dell’11 NOVEMBRE 2019

RESPONSABILITA’ CIVILE – Professionisti – Inesatto adempimento della prestazione – Azione di risarcimento del danno – Prova del nesso causale tra aggravamento o insorgenza della malattia e condotta dei sanitari e prova dell’impossibilità della prestazione – Ripartizione del relativo onere tra paziente e struttura – Criteri – Fattispecie

Con la sentenza 28991 la Suprema Corte, nell’ambito del c.d. decalogo di San Martino bis, stabilisce importanti principi di diritti in relazione al nesso di causalità nell’ambito della responsabilità sanitaria di natura contrattuale. Tali principi vengono poi sostanzialmente ribaditi anche nella sentenza 28992

I fatti di causa non sono chiari: una paziente era già stata sottoposta a due interventi all’addome ed ai sanitari viene imputato di non aver effettuato una tac che avrebbe potuto dare indicazioni circa l’opportunità di svolgerne un terzo. Il c.t.u., tuttavia, osserva che tale ulteriore intervento se, da un lato, avrebbe potuto aumentare del 40% le chances di sopravvivenza, dall’altro avrebbe incrementato notevolmente le ipotesi di mortalità postoperatoria e, pertanto, conclude escludendo il nesso causale tra la condotta dei sanitari e la morte della paziente.

Motivo del contendere, quindi, è su chi debba gravare l’incertezza relativa al nesso causale.

I parenti sostengono che l’incertezza del nesso debba condurre all’accoglimento della domanda risarcitoria, non avendo la struttura provato che fosse riconducibile a fatto diverso dal proprio inadempimento.

La S.C., ribadisce il proprio recente, ma già consolidato, orientamento in forza del quale “ove  sia  dedotta  la  responsabilità  contrattuale  del  sanitario  per  l’inadempimento  della prestazione  di  diligenza  professionale  e  la  lesione  del  diritto alla  salute,  è  onere  del  danneggiato provare,  anche  a  mezzo  di  presunzioni,  il  nesso  di  causalità  fra  l’aggravamento  della  situazione patologica, o l’insorgenza di nuove patologie, e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice  provare,  ove  il  creditore  abbia  assolto  il  proprio  onere  probatorio,  che  una  causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile l’esatta esecuzione della prestazione” – Cass. 26 luglio 2017, n. 18392, cui sono conformi: Cass.  26 febbraio 2019, n.  5487; 17 gennaio 2019, n. 1045; 20 novembre 2018, n. 29853; 30 ottobre 2018, nn. 27455, 27449, 27447, 27446; 23 ottobre 2018, n. 26700; 20 agosto 2018, n. 20812; 13 settembre 2018, n. 22278; 22 agosto 2018, n. 20905; 19 luglio 2018, n. 19204; 19 luglio 2018, n. 19199; 13 luglio 2018, n. 18549; 13 luglio 2018, n. 18540; 9 marzo 2018, n. 5641; 15 febbraio 2018, nn. 3704 e 3698; 7 dicembre 2017, n. 29315; 14 novembre 2017, n. 26824; si vedano tuttavia già prima Cass. 24 maggio 2006, n. 12362; 17 gennaio 2008, n. 867; 16 gennaio 2009, n. 975; 9 ottobre 2012, n. 17143; 26 febbraio 2013, n. 4792; 31 luglio 2013, n. 18341; 12 settembre 2013, n. 20904; 20 ottobre 2015, n. 21177; 9 giugno 2016, n. 11789.

La sentenza è però molto interessante perché è retta da una motivazione innovativa che si spinge ad affrontare la difficile (e sostanzialmente inesplorata) tematica del nesso causale nell’ambito dell’inadempimento.

In particolare, la Corte distingue due situazioni che meritano di essere differentemente disciplinate:

  • quella in cui in cui il danno subito dall’attore sia relativo alla posizione oggetto della prestazione dedotta in obbligazione;
  • quella in cui il danno subito sia, invece, relativo ad una posizione giuridica differente dall’oggetto della prestazione;

Dapprima vengono enunciati una serie di principi di diritto relativi al caso in cui il danno consista nella violazione dell’interesse oggetto stesso della prestazione.

  1. La causalità materiale è richiesta anche nella responsabilità contrattuale, come confermato dall’art. 1227 c.c., comma 1, che disciplina proprio il fenomeno della causalità materiale rispetto  al danno  evento  sotto  il  profilo  del  concorso  del  fatto colposo del creditore.
  2. L’ingiustizia del danno, rispetto al quale deve stabilirsi la relazione causale, non deve valutarsi con riferimento alla natura di interesse meritevole di tutela alla stregua dell’ordinamento giuridico, come avviene per il danno ingiusto di cui all’art. 2043 c.c. ma alla corrispondenza dell’interesse alla prestazione dedotta in obbligazione.
  3. La causalità materiale, pur teoricamente distinguibile dall’inadempimento per la differenza fra eziologia ed imputazione, non è praticamente separabile dall’inadempimento. Pertanto, la causalità materiale acquista autonomia di valutazione, nell’ambito dell’inadempimento, solo quale causalità giuridica, e dunque quale delimitazione del danno risarcibile attraverso l’identificazione del nesso  eziologico  fra  evento di danno  e danno conseguenza.
  4. L’assorbimento pratico della causalità materiale nell’inadempimento fa sì che tema di prova del creditore resti solo quello della causalità giuridica.

Successivamente vengono formulati ulteriori principi di diritto per il caso in cui il danno consista nella violazione di un interesse diverso da quello oggetto della prestazione (come avviene nel caso della responsabilità sanitaria ove “la prestazione oggetto dell’obbligazione non è la guarigione dalla malattia, ma il perseguimento delle leges artis nella cura dell’interesse del creditore.
Il danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie attinge non l’interesse affidato all’adempimento della prestazione professionale, ma quello presupposto corrispondente al diritto alla salute”).
Con riferimento a tale ulteriore e diversa casistica, quindi:

  • La causalità materiale non è praticamente assorbita dall’inadempimento.
  • La violazione delle regole della diligenza professionale non ha un’intrinseca attitudine causale alla produzione del danno evento. Pertanto, allegare l’inadempimento non significa farlo anche per quest’ultimo, non necessariamente collegabile al  mancato  rispetto  delle  leges  artis,  ma  in ipotesi riconducibile  ad  una  causa
  • Il creditore ha l’onere di allegare e provare il nesso di causalità materiale tra condotta del medico e lesione  della  salute,  in  termini  di  aggravamento  della situazione patologica o insorgenza di nuove patologie.
  • La prova della causalità materiale da parte del creditore può naturalmente essere raggiunta anche mediante presunzioni

Una volta che il creditore abbia provato, anche appunto tramite presunzioni, il nesso eziologico fra la condotta del debitore, nella sua materialità, e l’aggravamento della situazione patologica o l’insorgenza di nuove patologie, sorgono gli oneri probatori del debitore, il quale deve provare o l’adempimento o che l’inadempimento è stato determinato da impossibilità della prestazione a lui non imputabile. Emerge così un duplice ciclo causale, l’uno, a monte, relativo all’evento dannoso, l’altro, a valle, relativo all’impossibilità di adempiere. Il nesso di causalità materiale che il creditore della prestazione professionale deve sempre provare è quello fra intervento del sanitario e danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie; il nesso eziologico che invece spetta al debitore provare, dopo che il creditore abbia assolto il proprio onere probatorio, è quello fra una causa esterna, imprevedibile ed inevitabile alla stregua dell’ordinaria diligenza di cui all’art. 1176, comma 1, e la conseguente impossibilità sopravvenuta della prestazione con la dovuta diligenza professionale (art. 1218).

 

Pubblicazione a cura dell’Avv.:
Marco Capecchi, Partner
Studio FGA Ferraro Giove Associati 

 

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