Non può essere escluso il socio della SRL in mora nei versamenti dovuti per l’aumento di capitale

Nel caso di mora del socio nell’esecuzione dei versamenti, dovuti alla società a titolo di conferimento per il debito da sottoscrizione dell’aumento del capitale sociale deliberato dall’assemblea nel corso della vita della società, il socio non può essere escluso, essendo egli titolare della partecipazione sociale sin dalla costituzione della società; pertanto, ferma la sua permanenza per la quota già posseduta, l’assemblea deve deliberare la riduzione del capitale sociale solo per la misura corrispondente al debito di sottoscrizione derivante dall’aumento non onorato, fatto salvo solo il caso in cui lo statuto preveda l’indivisibilità della quota

Delibera di aumento del capitale sociale – Mora del socio per i versamenti – Esclusione del socio – Impossibilità – Fondamento – Limiti

Cassazione, 21 gennaio 2020, n. 1185

Il fatto. Una compiuta ricostruzione della vicenda fattuale gioverà alla intelligenza della fattispecie, con la precisazione che l’aspetto dirimente è rappresentato dalla incidenza della operazione di aumento di capitale sulla originaria partecipazione del socio.

L’assemblea dei soci di una s.r.l deliberava un aumento del capitale sociale da Euro 12.000,00 (suddiviso tra i tre soci, nella misura del 33,33% ciascuno) fino ad Euro 72.000,00, offerto loro in sottoscrizione in proporzione della partecipazione da ciascuno detenuta, pari a nominali Euro 4.000,00 e, quindi, per la somma di Euro 20.000,00 ciascuno. Uno dei soci sottoscriveva per intero la quota di capitale a lui spettante, versando immediatamente la somma di Euro 5.000,00, pari al 25% della quota sottoscritta, mentre non eseguiva il versamento del restante 75% nel termine fissato dall’organo amministrativo. La società, una volta accertato l’inadempimento del socio al versamento dei decimi mancanti, deliberava, in mancanza di compratori, l’esclusione del socio, trattenendo le somme riscosse, con conseguente riduzione del capitale, ai sensi dell’art. 2466 c.c.comma 3. Il socio escluso, quindi, in esito all’assemblea deliberante l’aumento ex art. 2481-bis c.c. – era socio per una quota di nominali Euro 24.000,00, di cui versati Euro 9.000,00 (ossia, Euro 4.000,00 conferiti all’atto della costituzione della società e Euro 5.000,00 versati in occasione dell’aumento del capitale) ed Euro 15.000,00 non ancora versati. In sostanza, della quota di nominali Euro 24.000,00, la porzione pari ad Euro 15.000,00 era sottoscritta, ma non versata; e solo il versamento della somma Euro 5.000,00 afferiva all’aumento non interamente liberato, mentre quello di ulteriori Euro 4.000,00 riguardava la quota sottoscritta e liberata in sede di conferimento iniziale.

La decisione. La Cassazione ha precisato che è illegittimo il ricorso alla procedura della c.d. vendita in danno per l’intera partecipazione sociale posseduta dal socio medesimo (nella fattispecie pari ad Euro 24.000,00) con conseguente violazione dell’art. 2466 c.c., in ragione della preesistenza, nella titolarità del socio, della quota originaria (di nominali Euro 4.000,00).

Il punto di maggiore interesse. La pronuncia ha il pregio di offrire al lettore preziosi strumenti di lettura della disciplina del socio moroso e della conseguente riduzione del capitale a seguito della deliberata esclusione dell’inadempiente.

Le tematiche affrontate pongono una serie di questioni, di notevole importanza anche per l’attività notarile, rispetto alle quali non si registrano unanimità di vedute. La Cassazione, con limpido argomentare, dopo aver chiarito che la riduzione del capitale ex art. 2466 c.c. è nominale per la parte non versata e reale per quella già versata (in tal senso anche Busi, S.p.a.-s.r.l. operazioni sul capitale, Napoli, 2004, p. 412 ss), si sofferma sulle variazioni di bilancio conseguenti alla esclusione del socio.

Nel meccanismo previsto dall’art. 2466 c.c., precisa la Corte, qualora il socio venga escluso, sebbene egli fosse moroso solo in parte e non per l’intero debito del conferimento, “la riduzione del capitale in proporzione all’intera quota finisce per costituire – per la parte corrispondente ai versamenti già eseguiti – una riduzione non solo nominale, ossia di mero adeguamento alle effettive risorse conferite in società, ma in parte reale, permettendo di “liberare” i corrispondenti importi, non più vincolati a capitale. Si tratta delle “somme riscosse”, che vengono legittimamente “trattenute” dalla società, ai sensi dell’art. 2344 c.c., comma 2, e art. 2466 c.c., comma 3, andando a costituire una riserva, e non più la posta corrispondente al vincolo del capitale, sia pure sempre nell’ambito del patrimonio netto, di cui alla lettera A del passivo dello stato patrimoniale di bilancio”.

Tale meccanismo, ad avviso dei Giudici di legittimità, non può tuttavia essere esteso al caso in cui il socio, in virtù di una precedente sottoscrizione attuata in fase di costituzione o anche di un pregresso aumento del capitale, fosse già tale, prima dell’aumento che abbia condotto alla morosità. In tale evenienza, il socio non potrà essere escluso, mentre la riduzione del capitale riguarderà, in modo corrispondente, soltanto la parte relativa alla sottoscrizione operata con riferimento all’aumento.

Viene ribadito che la quota di s.r.l. è unica per ciascun socio ma che nel contempo la stessa è divisibile. Molteplici i riferimenti normativi che avallano tale conclusione: l’art.  2466..cc, laddove prevede che la quota del socio moroso possa essere venduta “agli altri soci in proporzione della loro partecipazione“, l’art. 2473 c.c., comma 4, che disciplina l’ipotesi del recesso del socio (volendo prescindere dalla pacifica alienabilità parziale della quota). La Cassazione fa tuttavia salva la ipotesi in cui lo statuto preveda espressamente la indivisibilità della quota di ciascun socio (che giustificherebbe l’esclusione del socio dalla società) ritenendo, di fatto, ancora applicabile il principio enunciato nel previgente art. 2482 c.c., rubricato “divisibilità della quota” secondo il quale “salva contraria disposizione dell’atto costitutivo, le quote sono divisibili nel caso di successione a causa di morte o di alienazione”.

La procedura di annullamento della quota, con corrispondente abbattimento del capitale solo per la frazione della partecipazione sociale sottoscritta in occasione dell’aumento del capitale sociale rimasto ineseguito, e non per la parte di cui il socio fosse titolare prima della stessa deliberazione di aumento, è altresì rispondente ai principi di buona fede è correttezza che governano l’attuazione dei rapporti obbligatori (ci muoviamo comunque sul terreno della esecuzione delle obbligazioni derivanti dal contratto di sottoscrizione). L’inadempimento del socio all’obbligo di versare quanto sottoscritto, precisa la Cassazione, riguarda infatti non l’intera quota, posseduta dopo l’aumento e risultante dalla somma di questa con la partecipazione originaria, ma solo la porzione derivante dall’aumento di capitale.

La sentenza enuncia, inoltre, un secondo principio di diritto, parimenti rilevante: “Il socio moroso di società a responsabilità limitata non è ammesso, secondo il disposto dell’art. 2466 c.c., ad esprimere il proprio voto nelle decisioni e deliberazioni assembleari, ma non perde anche il diritto di controllo sugli affari sociali, ai sensi dell’art. 2476 c.c., comma 2, sino a che egli resti parte della compagine societaria in esito al procedimento intrapreso dagli amministratori“.

Ad una attenta analisi, in relazione al diritto di voto, si giunge ad una conclusione diametralmente opposta: il voto è sospeso per la intera partecipazione; al contrario, la riduzione del capitale deve avvenire, come affermato dalla Cassazione, limitatamente alla sola quota non liberata e il socio non può essere escluso.

La questione è stata affrontata anche dalla dottrina di estrazione notarile (si veda la massima del Comitato Triveneto dei Notai I.B. 25) che ha precisato come la disposizione normativa deve essere interpretata nel senso che il diritto di voto è sospeso per l’intera partecipazione, “anche nel caso che la stessa sia stata inizialmente liberata integralmente e successivamente incrementata con una quota per la quale si sia verificata la mora”. (versiamo proprio nella fattispecie scrutinata dalla Cassazione). Probabilmente il diverso trattamento è giustificato dall’applicazione del generale principio secondo cui l’inadempiente non può giovarsi del rapporto in dipendenza del quale la prestazione è dovuta (inadimplenti non est adimplendum).

 

Pubblicazione a cura dell’Avv.
Maurizio Fusco, Associate
Studio FGA Ferraro Giove Associati