La Corte di Cassazione interviene sul controverso rapporto tra la institutio ex re certa e i beni di cui il testatore non abbia invece espressamente disposto.

La Corte di Cassazione interviene sul controverso rapporto tra la institutio ex re certa e i beni di cui il testatore non abbia invece espressamente disposto.

Cass., n. 17868, del 3 luglio 2019

Per l’intelligenza della fattispecie è opportuno segnalare che l’itinerario argomentativo della Cassazione muove dal seguente presupposto: lo stabilire se un singolo bene è stato attribuito a titolo universale o particolare è questione di (solo) fatto. In base alla regola dettata dall’art. 588 comma 2, al fine di attribuire al lascito il carattere di disposizione a titolo universale, la circostanza che tale qualità sia data espressamente dal testatore non è né necessario né sufficiente.

Viene quindi irrimediabilmente smentito quel filone dottrinale che attribuisce alla norma in parola funzione “interpretativa di un testamento scritto male”, trattandosi di una ipotesi in cui la istituzione di erede avviene per legge (il testatore si limita al momento attributivo), a differenza del comma 1, ove il segmento istitutivo è attribuibile proprio alla volontà del testatore.

Nel caso al vaglio della Cassazione il testatore aveva disposto di tutti i suoi beni mobili “a favore della persona che mi deve servire che faccio padrona erede universale”.

Disattendendo (rectius interpretando) il tenore letterale della scheda testamentaria, la Corte qualifica la disposizione in termini di institutio ex re certa, trattandosi di “designazione di erede universale congiunta al lascito di soli beni mobili”. Viene richiamata una risalente pronuncia del 1963, secondo cui non si attribuisce all’istituito la qualità di unico erede (conclusione condivisibile, trattandosi di un lascito particolare in funzione di quota – e non dell’intero – che viene determinata ex post). E quindi, in assenza di altre disposizioni istitutive (è questo il vero presupposto indefettibile per la corretta applicazione del principio di diritto espresso), i beni non contemplati si devolvono secondo le norme della successione legittima.

Ad una attenta lettura, quindi, affermare che secondo la Cassazione l’institutio ex re certa non ha vis expansiva, è conclusione frettolosa e fuorviante. Viene infatti richiamata la pronuncia a Sezioni Unite del 2015, affermativa – appunto – del principio espansivo della disposizione a titolo universale, sia pure in forma di istituzione ex re certa, “tenuto conto della forza espansiva per i beni ignorati o sopravvenuti”, principio per gli ermellini da condividere e riaffermare. Se il complesso delle quote istitutive, determinate aritmeticamente dal testatore o ex post, in base alla valutazione dei beni, non ricoprono l’unità, si avrà il normale concorso della successione legittima ai sensi dell’art. 457 comma 2 c.c.

C’è un passaggio della sentenza che scolpisce in maniera nitida la soluzione del caso concreto: “il lascito dei mobili, seppur congiunto alla designazione di erede universale, poteva costituire solo istituzione ex re certa circoscritta a quanto oggetto della disposizione, fermo il concorso con gli istituiti o con l’erede ex lege sui beni ignorati o sopravvenuti secondo i principi innanzi precisati”. In altre parole l’istituito ex art. 588 comma 2, necessariamente coerede (è questo il punto!), concorre sui beni sopravvenuti, a patto che sia ricostituita l’unità. Altrimenti si aprirà la successione legittima, mancando “in parte” quella testamentaria, in linea con il meccanismo legale.

La soluzione adottata dalla Corte pare condivisibile e rispettosa della struttura e natura giuridica dell’istituto. Una sola riflessione: il lascito dei mobili accompagnato alla istituzione di erede universale (proprio la fattispecie scrutinata) ad una attenta analisi non può costituire solo institutio ex re certa. Potrebbe trattarsi di un prelegato (dei mobili) e di una istituzione di erede universale (quindi dell’intero!).

Ma è una fatto di interpretazione, di un intento distributivo ormai non recuperabile, che giustifica, tra l’altro, la particolare enfatizzazione in materia testamentaria del criterio ermeneutico incentrato sulla conservazione della volontà.

Probabilmente consapevole della (rilevante) riqualificazione operata della disposizione testamentaria (in contrasto con il tenore letterale della scheda e con gli arresti del Giudice di prime cure nonché della Corte Territoriale) la Cassazione ha avuto cura di ribadire, nell’avviarsi alle conclusioni, la centralità dell’attività esegetica in ipotesi di assegnazione di un singolo bene in funzione di quota.

A cura dell’ Avv Maurizio Fusco