Studio Ferraro Giove | IN ATTESA CHE LE SEZIONI UNITE SI PRONUNCINO SULLA CLAIM’S MADE
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IN ATTESA CHE LE SEZIONI UNITE SI PRONUNCINO SULLA CLAIM’S MADE

IN ATTESA CHE LE SEZIONI UNITE SI PRONUNCINO SULLA CLAIM’S MADE

Con l’Ordinanza n. 1465 del 19 gennaio 2018, la III Sezione della Cassazione (Rel. M. Rossetti) è tornata sul tema della clausola claims made inserita all’interno dei contratti di assicurazione. L’occasione si è presentata nel riesame di una decisione della Corte di Appello di Venezia che aveva dichiarato valida una polizza rc prodotti, di durata annuale, contenente la clausola che limitava la copertura agli eventi e richieste di risarcimento ricevuti durante il periodo di sua efficacia; il risarcimento era rimasto a carico dell’assicurato perché inferiore alla franchigia, in essere nell’annualità contrattuale della richiesta, molto più alta di quella precedente in cui il fatto era avvenuto.

Il Collegio ritorna sul criterio della meritevolezza della clausola in singoli casi specifici e rimette nuovamente la questione alle Sezioni Unite in quanto vorrebbe che la valutazione venisse compiuta in concreto (e non in astratto), per escluderla:

– se presente, in clausola, una contemporanea verificazione, in vigenza di effetti contrattuali, sia del fatto che della richiesta di risarcimento;

–  ove per qualità delle parti sia possibile la soggezione dell’uno all’altro;

–  in caso di esposizione dell’assicurato a “buchi di garanzia”.

Auspica, al punto 8.3 dell’ordinanza, che la clausola sia dichiarata immeritevole di tutela sempre e comunque, quando non preveda indennizzo, se la richiesta di risarcimento pervenga dal terzo dopo la scadenza del contratto.

In verità, alcune delle problematiche relative alla fattispecie concreta (riguardante, lo ripetiamo, una polizza rc prodotti) e delle soluzioni prospettate oggi auspicate dalla rimessione con validità per tutte le polizze di risarcimento del danno a terzi, erano già state risolte dalla precedente Cass. S.U. n. 9140/16, dal legislatore, dallo stesso mercato assicurativo.

Quest’ultimo, da tempo ha diffuso polizze claim’s made a discapito del modello loss occurrence: l’utilizzo e successo di tale tipologia hanno poi evidenziato che l’attuale tipo in uso risponde pienamente al contemperamento di interessi (assicurato/danneggiato) richiesto dal legislatore.

Innanzitutto offre il miglior rapporto tra copertura di rischio dell’assicurato e calcolo del premio da versare (il periodo temporale di copertura è individuato a priori, comprendendo anche annualità anteriori alla stipula) ed un massimale di polizza attuale perché vigente al momento della richiesta di risarcimento, circostanza di non poco conto nei casi di cd. danni lungolatenti.

Tali rilievi, quindi, consentono di escludere che l’assicuratore approfitti e si avvantaggi rispetto all’assicurato.

Una polizza caratterizzata da una clausola di tale contenuto ha senza dubbio il merito di rendere il più omogenee possibili tutte le polizze di assicurazione per la responsabilità civile (specie quelle che riguardano la responsabilità professionale, che sono in prevalenza) ed evitare che il passaggio da un tipo di polizza all’altro determini periodi di scopertura dannosi per l’assicurato.

Né la sostituzione di una polizza di tipo loss occurrence con altra con clausola claim’s made, può determinare buchi di copertura, se provvista di retroattività illimitata (o per un periodo che vi si avvicini il più possibile) e se – specie nei casi di copertura della  responsabilità professionale o della struttura sanitaria – il rinnovo alla scadenza viene prescritto dalla legge (o effettuato regolarmente, negli altri casi).

In particolare nei casi di danni lungolatenti, quindi, il patrimonio del responsabile civile dei fatti, si troverebbe ancora coperto dall’ultimo istituto assicuratore senza necessità di individuare quello che lo garantiva al momento del fatto generatore del danno o del suo verificarsi, con le maggiori garanzie di un massimale più congruo.

Le osservazioni di cui sopra potranno anche non venire condivise dal Giudice di legittimità, però sono certo più conferenti alle richieste dei professionisti e delle strutture, alla offerta degli assicuratori, alla risposta del mercato.

Le altre, che restano ancorate a tipologie di contratto in disuso antieconomiche e non rispondenti agli interessi di tutela congiunta dell’assicurato e del danneggiato, fanno ormai parte del passato.

Quanto al presupposto della rimessione, la considerazione che l’autonomia negoziale delle parti, per non risultare illimitata, non potrebbe contrattualmente definire sinistro la richiesta di risarcimento del danno, era già stata superata dalla pronuncia dirimente del 2016.

Anche prima dell’intervento delle Sezioni Unite, la definizione contrattuale di sinistro con la prima richiesta di risarcimento del danno, era stata ritenuta legittima secondo l’interpretazione data dalla dottrina del contratto di assicurazione della responsabilità civile tipizzato nell’art.1917 comma primo c.c. Il fondamento della norma – la tutela del patrimonio dell’assicurato – ne è alla base della tesi (Manuale di diritto delle Assicurazioni, A. Donati – G. Volpe Putzolu, Giuffrè, pag. 171 e ss.): Nell’assicurazione per la responsabilità civile si distinguono due diversi momenti: il verificarsi del fatto dannoso (che può articolarsi in più fasi) dal quale nasce la responsabilità dell’assicurato e la richiesta di risarcimento, che fa sorgere l’obbligo per l’assicuratore di versare l’indennizzo”. La nozione di sinistro riguarda questo secondo momento e, quindi, nessuna deroga – per autonomia negoziale delle parti – è necessaria, rispetto al contratto tipico previsto dal Codice.

Il riconoscimento della legittimità v’è stato anche più recentemente da parte del legislatore nel regolare la materia della responsabilità professionale e quella degli operatori delle strutture sanitarie, rientranti tra le assicurazioni per la responsabilità civile, in cui viene richiesto il contemperamento dell’esigenza di salvaguardia del patrimonio del professionista assicurato con la tutela del diritto al risarcimento del danneggiato.

Intendono sinistro come prima richiesta di risarcimento del danno: sia l’art. 2 del Decreto del Ministero della Giustizia 22.09.2016, attuativo dell’art. 12 della L. n.247/2013, cd. Legge Professionale Forense; sia l’art.11 L. 24\2017 cd. L. Gelli, nel prescrivere polizze con retroattività e ultrattività in caso di cessazione dall’attività; sia la L. 124\2017, cd. L. Concorrenza, che ha introdotto un secondo periodo all’art. 3 comma 5 lett.e) del DL. N.138/2011 (cd. L. Liberalizzazione delle Professioni), che ha prescritto una ultrattività per le richieste pervenute dopo la cessazione degli effetti anche in corso di attività.

L’intenzione della Terza Sezione di tornare sulla definizione di sinistro per escludere che possa considerarsi tale la richiesta di risarcimento del danno, sembra non tenerne conto.

Avv. Michele Sprovieri

Avv. Alessandra Papalotti