CASSAZIONE 11.11.2019 N. 28988: LA PERSONALIZZAZIONE DEL DANNO BIOLOGICO SOLO IN PRESENZA DI CIRCOSTANZE SPECIFICHE ED ECCEZIONALI; I CRITERI DI LIQUIDAZIONE DEL DANNO PATRIMONIALE.

CASSAZIONE 11.11.2019 N. 28988: LA PERSONALIZZAZIONE DEL DANNO BIOLOGICO SOLO IN PRESENZA DI CIRCOSTANZE SPECIFICHE ED ECCEZIONALI; I CRITERI DI LIQUIDAZIONE DEL DANNO PATRIMONIALE.

Con Sentenza n. 28988 del 11 novembre 2019,  la Corte torna sui criteri di liquidazione del danno, patrimoniale e non, liquidato al bambino e ai suoi genitori, a causa di lesioni – lievi – provocate in occasione del parto, con non poche precisazioni di valenza generale.


Responsabilità sanitaria – Danno non patrimoniale – Personalizzazione – Danno patrimoniale futuro – Soggetto privo di reddito e criteri presuntivi – Incidenza della lesione nell’attività lavorativa specifica – Criteri di liquidazione

Cassazione n. 28988 dell’11 NOVEMBRE 2019

 

La sentenza è particolarmente interessante perché, al di fuori delle ipotesi di macro lesioni al neonato, la Cassazione interviene a fare chiarezza sulla possibilità di attribuire somme ulteriori a titolo di personalizzazione del danno e per riaffermare i criteri presuntivi di riconoscimento del danno patrimoniale futuro in soggetti privi di reddito.

Nel caso di specie la menomazione è rappresentata da una distocia della spalla che ha determinato postumi permanenti nella misura del 13%.

Dopo un primo rigetto della domanda attorea da parte del Tribunale, la Corte territoriale aveva riformato la sentenza riconoscendo:

  • il danno non patrimoniale patito dal bambino attraverso il criterio equitativo del punto variabile di invalidità di cui alle tabelle milanesi; dopo avere individuato la misura standard del risarcimento in base all’invalidità permanente, aveva aumentato tale valore applicando una personalizzazione di oltre il 40%;
  • il danno non patrimoniale ai genitori, con riferimento ad una compromissione di tipo esistenziale;
  • il danno da perdita del reddito futuro del bambino parametrato al reddito lavorativo del padre, sulla presunzione che, in assenza della lesione, avrebbe anch’egli svolto la medesima attività lavorativa.

Sul primo punto, la Cassazione  torna a ribadire che, in presenza di un danno permanente alla salute, costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione di una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico e l’attribuzione di una ulteriore somma a titolo di risarcimento di quelle attività quotidiane precluse dalla lesione (il c.d. danno dinamico-relazionale).

Queste ultime, infatti, sono comuni a tutti i soggetti che hanno subito la medesima lesione biologica e non giustificano alcuna personalizzazione in aumento del risarcimento.

Sul punto vale la pena di ricordare anche altra pronuncia (Cassazione civile, sez. III, 27 Marzo 2018, n. 7513), con la quale la Suprema Corte aveva rammentato che il legislatore, sia nell’art. 13 del D. Lgs. 38/2000 e sia nell’art. 15 della L. 57/2001, nel definire il “danno biologico” quale menomazione dell’integrità psico-fisica della persona che “esplica una incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti personali dinamico-relazionali della vita del danneggiato”, aveva voluto riassumere nella medesima nozione sia gli aspetti “statici” che quelli “dinamici” della lesione.

La lesione della salute risarcibile – aveva affermato – in null’altro consiste, su quel medesimo piano, che nella compromissione delle abilità della vittima nello svolgimento delle attività quotidiane tutte, nessuna esclusa: dal fare, all’essere, all’apparire”. Come dire: ciò che viene risarcito, ad esempio in una frattura alla tibia, non è il venire meno dell’integrità ossea, ma la zoppia, la difficoltà di mantenere la stazione eretta, la maggiore difficoltà nel camminare, l’impossibilità nel correre e così via; aspetti tutti che riguardano qualsiasi soggetto che, a parità di età, abbia subito la medesima lesione corporea e quindi compresi nel valore percentuale di invalidità permanente attribuito dalla medicina legale.

 

Per riconoscere una maggiorazione del risarcimento a titolo di personalizzazione, occorre che vi siano  conseguenze del tutto peculiari nel soggetto leso che non siano espressione del grado percentuale di invalidità già accertato dal consulente medico legale; circostanze “specifiche ed eccezionali” puntualizza la Corte, che, ove tempestivamente allegate dal danneggiato, potranno legittimare il giudice alla relativa personalizzazione in sede di liquidazione (così già, ex multis, Sez. 3, Sentenza n. 21939 del 21/09/2017; Sez. 3, Sentenza n. 23778 del 07/11/2014).

 

Nel caso di specie, la Corte territoriale aveva omesso di chiarire quali aspetti dinamico-relazionali della persona non fossero compresi nella valutazione del danno biologico, né in alcun modo aveva motivato un aumento così significativo, pari al 40%, a titolo di personalizzazione a fronte di un danno biologico relativamente modesto.

Lo stesso si riteneva per il danno non patrimoniale liquidato ai genitori; in particolare, non era dato comprendere come fosse stata ravvisata una compromissione di tipo esistenziale, compatibile con lesioni particolarmente serie che nel caso non sussistevano.

Con il rinvio alla Corte territoriale, è stato quindi emesso il presente principio di diritto: le circostanze di fatto che giustificano la personalizzazione del risarcimento del danno non patrimoniale, integrano un “fatto costitutivo” della pretesa. Ciò comporta che la rappresentazione di tali fatti deve essere presente sin nell’iniziale atto costitutivo in quanto integrante il petitum e la causa petendi, oltre che essere provate dagli originari attori, anche attraverso l’allegazione del notorio, delle massime di comune esperienza e delle presunzioni semplici (Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008), senza tuttavia risolversi in mere enunciazioni generiche, astratte od ipotetiche (richiamata Sez. 3, Sentenza n. 24471 del 18/11/2014).

Anche per la liquidazione del danno patrimoniale futuro del bambino, la Suprema Corte ha cassato la pronuncia con rinvio, ricordando che l’evento lesivo può incidere in vari modi sull’attività di lavoro dell’infortunato:

  • quando la vittima conservi il reddito, ma lavori con maggiore ‘stancabilità’ o minore efficienza nello svolgimento dell’attività lavorativa (c.d. danno alla cenestesi lavorativa);
  • quando non sia più in grado di percepire il medesimo reddito di cui godeva prima del sinistro;
  • quando abbia perso il lavoro ma possa svolgerne altri, compatibili con la propria formazione professionale;
  • quando la vittima non fosse percettrice di reddito e non possa più aspirare ad ottenere quel livello reddituale che avrebbe verosimilmente raggiunto in assenza della lesione.

Mentre nel primo caso siamo di fronte ad una menomazione all’efficienza psicofisica che deve essere valutata all’interno del danno biologico (tra le sentenze più risalenti dobbiamo ricordare Cass., 14-05-1997, n. 4236; Cass., 24-06-1997, n. 5635; Cass., 25-08-1997, n. 7977) e liquidata con criteri equitativi anche mediante adozione delle “tabelle” che garantiscono parametri uniformi sul territorio nazionale, gli altri tre costituiscono pregiudizi patrimoniali che trovano diversi criteri di liquidazione del danno.

Quando il soggetto abbia subito, in conseguenza della lesione, un decremento del proprio reddito, la liquidazione del danno patrimoniale dovrà operarsi con riferimento a quello perduto; quando invece il soggetto leso abbia perduto il lavoro, ovvero la fonte del proprio guadagno, ma mantenga la capacità di attendere ad altri lavori, la liquidazione dovrà avvenire tenendo conto e del periodo di disoccupazione e della differenza (ove sussistente) tra il reddito perduto e quello, presumibile futuro.

Nel caso di soggetto – invece – privo di reddito, qual è quello del minore nella decisione impugnata, il danno patrimoniale da lucro cessante dovrà essere liquidato in base al reddito che verosimilmente il soggetto leso, ove fosse rimasto sano, avrebbe percepito.

Tuttavia – precisa la Corte – la prova della presumibile attività lavorativa futura del bambino non può essere semplicemente desunta dall’attività lavorativa paterna, ma deve essere supportata da presunzioni gravi, precise e concordanti, da ricercarsi, in primo luogo, attraverso la consulenza medico legale per appurare le possibilità che il soggetto leso possa svolgere in futuro attività lavorative compatibili con la lesione.

Al riguardo ricordiamo come in passato la S.C. (Cass. 2.10.2003 n. 14678) non avesse rinvenuto alcun vizio logico nella motivazione del giudice che, per valutare il reddito futuro del minore, aveva adottato a parametro di riferimento quello di uno dei genitori, proprio sulla presunzione che il figlio eserciterà la medesima professione (nello stesso senso, Cass. 30.9.2008 n. 24331; Cass. 15.7.2008 n. 19445).

Per quanto riguarda la liquidazione, la S.C. esclude la possibilità di fare ricorso al criterio del triplo della pensione sociale. Il D.L. 23 dicembre 1976, n. 857, convertito dalla L. 26 febbraio 1977, n. 39, che all’art. 4, comma 3 prevede “In tutti gli altri casi, il reddito che occorre considerare ai fini del risarcimento non può comunque essere inferiore a tre volte l’ammontare annuo della pensione sociale” è norma eccezionale, utilizzabile esclusivamente nell’ambito dell’azione diretta contro l’assicuratore per la liquidazione del danno patrimoniale (Sez. 3, Sentenza n. 18161 del 25/08/2014).

L’utilizzazione di tale criterio, anche in ambito di responsabilità civile derivante dalla circolazione stradale, è ammessa solo in presenza di soggetti privi di reddito o quando questo sia talmente modesto o sporadico da rendere la vittima sostanzialmente equiparabile ad un disoccupato; dovendo il giudice diversamente procedere ponendo a base del calcolo il reddito effettivamente perduto dalla vittima (richiamata Sez. 3 n. 25370 del 12/10/2018). Sul carattere residuale di tale forma di liquidazione del danno in materia di RC auto, merita segnalare, tra le più risalenti, le sentenze Cass. 9.10.1996, n. 8817; 10.6.1994, n. 5669 e 9.2.1998 n. 1324, secondo le quali il 3 comma dell’art. 4 si riferisce alle ipotesi in cui il danno futuro incide su soggetti nell’attualità privi di reddito di lavoro, ma potenzialmente idonei a produrlo, e a quelle in cui il danneggiato invece lo percepisca, ma con caratteristiche tali (esiguità, discontinuità, precarietà del lavoro, livello di mansioni inferiore alle capacità professionali) da escludere che possa costituire la componente alla base del calcolo probabilistico dei possibili redditi futuri.

 

Pubblicazione a cura dell’Avv.:
Elisabetta Pirani, Partner
Studio Legale FGA Ferraro Giove Associati

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